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lunedì 23 maggio 2011

Letture: Il lavoro non è una merce

Il lavoro non è una merce
Contro la flessibilità
Luciano Gallino
Editori Laterza, 2009  - €8,00


Partendo dall’analisi delle trasformazioni prodotte nella società, dall’assunto contemporaneo lavoro flessibile = società flessibile, Gallino descrive gli scenari prodotti dall’idea tipo di società flessibile:

La società flessibile è una società in cui sono cadute tutte le barriere che fissavano un individuo per la vita a una cerchia ristretta di rapporti sociali, di identificazioni, di appartenenze. Favorisce l’indipendenza, l’autonomia dell’azione come valore distintivo della modernità. Le reti, con la loro infrastruttura fisica e la loro sovrastruttura simbolica, sono la metafora e la realtà della società flessibile. La società flessibile è una società in cui tutti continuano la loro formazione intellettuale e professionale per l’intero arco della vita. Informazione, conoscenza, capacità di adattamento a situazioni sempre nuove, competenza, sono in essa le risorse più pregiate.”

Da questa definizione, Gallino, individua i punti critici dell’assunto positivista:

Prima di tutto la sovrapposizione tra lavoro flessibile e società flessibile non sembra ancora compiuta, laddove una parte della società segue ritmi e gerarchie postfordiste con orari rigidi e scarsa accessibilità (trasporti pubblici, scuole, negozi, uffici della pubblica amministrazione), in secondo luogo “non sembra attuarsi quel percorso di formazione permanente a garanzia di una collettività di lavoratori omogenea verso l’alto in termini di reddito, continuità di occupazione e possesso di conoscenze”.

Piuttosto “il lavoro tende a diventare un tempo senza confini e, al tempo stesso, un non-luogo”.

Gallino definisce il lavoro un non-luogo, e subito viene alla mente il non-luogo di Marc Augé come il teatro dove si muovono i lavoratori provvisori, generici, anonimi,  incapaci di una conoscenza che vada aldilà dell’informazione.
Niklas Luhmann li definisce “nodi passivi di flussi di comunicazione, inconsapevoli del senso reale dei messaggi che essi ricevono e ritrasmettono”.

La società delle reti di per sé, non sembra garantire l’emancipazione dell’individuo se non accompagnata da una significativa misura di ritualità, capace di cementare il senso del vivere sociale e dell’interscambio. I rituali sono per loro natura gratuiti, intransitivi, privi di giustificazione se non simbolica, e mal si sposano con una frammentazione, in termini di spazio e di tempo, prodotta del lavoro flessibile/precario che impedisce l’istaurarsi del senso di appartenenza, slegando il lavoro dalla persona e trattandolo al pari di una qualsiasi merce.

Gallino vede nella flessibilità una forma di alienazione, il lavoratore precario vive una condizione passiva, in quanto privato di una qualsiasi forma di contrattazione, incapace di pensare a forme organizzate di tutela, preoccupato per l’incertezza del reddito, non investe nella propria crescita professionale e nella realizzazione di una rete complessa di relazioni e scambi.

Manuel Castells nel saggio “la città delle reti” affida all’architettura il compito di “recuperare un significato simbolico” e “restituire un senso ai luoghi fisici immersi negli spazi fluidi”, e nella fattispecie allo spazio pubblico il compito di far interagire lo spazio fisico con lo spazio dei flussi.
Bisogna però fare un passo indietro e cominciare a riflettere sull’utilità dello spazio pubblico in una società che non sa come utilizzarlo, che non è in grado di far parte di una collettività, perché frammentata e precaria. Incapace, cioè, di sviluppare la propria individualità a partire dall’appartenenza.

Il discorso sulla flessibilità del lavoro coinvolge anche noi che ci occupiamo di “spazio”, perché lo spazio, o meglio i luoghi, non rappresentano altro che la configurazione fisica della società, e forse è per questo che  bisogna ricominciare a progettare ed abitare la città nel modo in cui pensiamo di voler vivere in società.   

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