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sabato 25 giugno 2011

Pietro Ichino - Riforma del Diritto del Lavoro

Il Disegno di Legge per la riforma del Lavoro presentato dal Sen. Ichino nel 2009 (link), a cui sono seguiti ampi dibattiti, non da ultimo l’articolo scritto insieme a Montezemolo e Rossi sul Corriere della Sera dell’8 aprile 2011 (link) alla vigilia della manifestazione sul precariato del 9 aprile, parte da un presupposto essenziale:

il lavoro oggi e domani sarà flessibile, perché flessibile è la richiesta del mercato in termini temporali e di competenze. Alla flessibilità associa però la parola sicurezza, ovvero conia il termine  flessicurezza.
La sua analisi sulle condizioni lavorative in Italia è chiara:  “Il problema è costituito dai milioni di rapporti di lavoro sostanzialmente dipendente, ma qualificati formalmente come collaborazioni continuative autonome se non addirittura come lavoro libero-professionale, quindi con partita iva, anche se si svolgono in modo continuativo con un unico committente e con pieno inserimento nella sua organizzazione aziendale".
Quindi nessuno sconcerto sui contratti in deroga della vicenda Mirafiori o sull'improprio utilizzo dei contratti a termine, visto che i “falsi autonomi' - spiega Ichino - sono il doppio se non il triplo dei contratti a termine, e tutti i dati disponibili stanno a indicare che i titolari di contratto a termine hanno buone probabilità di passare al lavoro subordinato regolare a tempo indeterminato mentre i 'falsi autonomi' hanno una bassissima probabilità di ottenere questa 'promozione'".
L’approccio per risolvere queste disparità di trattamento è un estensione di tutti (o quasi) i contratti di lavoro in contratti a tempo indeterminato (Contratto unico) con la possibilità per il datore di lavoro di licenziare per necessità economiche e organizzative, garantendo al lavoratore un’indennità di licenziamento pari a una mensilità per ogni anno di lavoro svolto fino a un massimo di dodici mensilità e l’obbligo per aziende, con più di 15 dipendenti (nell’ambito provinciale, 60 in totale) di accompagnare il lavoratore nel reinserimento del mercato.
Il merito della proposta è senz’altro quello di lavorare su un quadro “reale” della situazione del lavoro in Italia,  come d’altro canto esposto dal documento della Commissione Europea del 7 giugno scorso, che ribadisce il sostanziale dualismo tra protetti e non protetti.  I primi “non sono tanto i lavoratori con contratti a tempo determinato, che rappresentano una percentuale dell’occupazione totale prossima alla media dell’UE (13%), bensì piuttosto i lavoratori registrati ufficialmente come autonomi ma in realtà in una relazione di lavoro subordinato come tutte le altre”.
Tre i punti sostanziali della proposta:
Riconoscere il lavoro autonomo come lavoro subordinato quando il lavoratore percepisce dall’azienda almeno i due terzi del suo reddito, a meno che: il reddito sia maggiore ai €40000 annui (dimezzato nei primi  due anni di attività) o sia iscritto a un albo o a un ordine professionale incompatibile con la posizione di dipendenza  dall’azienda.  Quest’ultima definizione, che ci riguarda da vicino, rimane alquanto ambigua: quali siano le condizioni di incompatibilità dell’iscrizione a un ordine con il lavoro svolto nell’azienda restano oscure, ma cercheremo di approfondire.

Garantire al datore di lavoro di assumere/licenziare in base alle esigenze del mercato.
Procedere verso una maggiore semplificazione del diritto del lavoro e quindi delle forme contrattuali,  che nell’attuale promiscuità generano usi illegali e disparità di trattamento anche per attrarre investimenti stranieri e snellire le procedure e i contenziosi.
Una (per ora) la riflessione:
Come dicevamo qualche post fa, “La società flessibile è una società in cui tutti continuano la loro formazione intellettuale e professionale per l’intero arco della vita. Informazione, conoscenza, capacità di adattamento a situazioni sempre nuove, competenza, sono in essa le risorse più pregiate.”
Ciò che sembra emergere dalla proposta è la volontà di accettare e dare per prioritaria la flessibilità del mercato, mentre  la componente sociale rimane sullo sfondo. E' evidente che un ripensamento del diritto del lavoro, che vada a modificare quelle conquiste acquisite, ma sempre meno diffuse, debba necessariamente essere  inserito in un quadro più esteso dove la parola flessibilità o flexicurity acquisti un senso in termini di società e non solo di produzione.


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