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martedì 15 novembre 2011

Quattro ricette facili facili contro le finte partite iva



Ecco il documento che porteremo sabato 19 novembre e domenica 20 all'Assemblea del comitato Il nostro tempo è adesso (dalle 13 all'Alpheus, via del Commercio 36, Roma). Si tratta di un documento aperto, da arricchire e modificare con l'apporto di tutti. Vi aspettiamo!


L’Italia è il secondo paese in Europa dopo la Grecia per numero di partite iva: sono in tutto circa 9 milioni. Dietro l’apparenza di un’economia dinamica fatta di piccoli imprenditori si cela in realtà un gran numero di forme di lavoro in elusione: finte partite iva, cioè lavoratori dipendenti senza diritti e tutele.

Perché questo fenomeno è tanto diffuso?

Assumendo tramite partita iva il datore di lavoro:

-         Risparmia circa il 50% sul costo del lavoro in termini fiscali
-         Non deve fare riferimento alla Contrattazione Collettiva Nazionale per determinare la retribuzione
-         Può licenziare in qualunque momento
-         Può ritardare o rifiutare il pagamento in quanto non c’è nessuna legge che lo obbliga a una contrattazione scritta.
-         Ha un corpo di lavoratori poco coesi e facilmente ricattabili che non hanno diritto di sciopero e non hanno rappresentanza sindacale

Il finto lavoratore autonomo:

-         Deve pagare autonomamente la propria previdenza e gestione fiscale
-         Non accede al welfare (maternità, sussidi di disoccupazione etc.) , in quanto è formalmente un piccolo imprenditore
-         Non ha ferie e malattie pagate
-         Non ha continuità di reddito e possibilità di accedere al credito
-         Spesso riceve una remunerazione inferiore alle proprie competenze in quanto non ha potere contrattuale.


Cosa può fare il finto lavoratore autonomo per sfuggire a questa situazione?

Lo Stato riconosce come illegali tali forme di contrattazione che mascherano un rapporto di lavoro subordinato. Di fatto, i controlli sono inesistenti e l’attività di contrasto è affidata all’iniziativa del lavoratore, che può promuovere una vertenza contro i propri datori di lavoro.
Nella realtà, è facile eludere le leggi così come sono formulate attualmente, anzi, molte delle ultime riforme del lavoro sembrano andare proprio in questa direzione: una tacita agevolazione al proliferare delle finte partite iva per abbassare i costi del lavoro.
Per di più, in alcuni settori del mondo del lavoro – per esempio le professioni intellettuali – il mercato non propone altro: il finto lavoratore autonomo si ritrova a fare i conti con una realtà in cui, da un lato, sa che difficilmente troverà un lavoro dipendente regolarmente inquadrato come tale, dall’altro, sente che lo Stato condanna a parole il fenomeno, ma consente nei fatti che esso proliferi sotto gli occhi di tutti, come se fosse normale.

Quindi:

Bisogna smascherare il finto lavoro autonomo impedendo la nascita di forme di contrattazione che ne consentono l’esistenza:

-         La legge deve prevedere, come per i rapporti di lavoro subordinato, la contrattazione scritta e i suoi contenuti minimi anche per le collaborazioni a partita iva (modi e tempi per l’espletamento della prestazione, preavviso in caso di scioglimento del contratto etc.)
-         Il lavoratore il cui reddito dipende per almeno 2/3 da un unico committente ed è inferiore ai 30.000 euro annui è un finto lavoratore autonomo: tali forme di contrattazione e remunerazione devono essere impedite sul nascere perché illegali.

Le partite iva devono essere meno “convenienti” per i datori di lavoro:

-         A parità di competenze, deve esserci parità di retribuzione: il lavoro autonomo non può essere pagato meno di quanto prescritto dai CCNL per le categorie di riferimento. Deve anzi essere pagato di più, in quanto il lavoratore deve provvedere da solo all’accantonamento del proprio welfare.
-         Gli incentivi e le agevolazioni per l’innovazione e l’incentivazione dell’imprenditoria giovanile devono essere gestite dal libero professionista e non rimesse nelle mani delle aziende e delle imprese che le utilizzano per abbassare il costo del lavoro.


Se è vero che con la crisi si tende ad abbassare sempre di più i costi del lavoro e diventa sempre più difficile parlare di diritti, è anche vero che il fenomeno delle finte partite iva consente di sopravvivere a stento nel presente, ma elimina qualsiasi visione possibile del futuro: per i lavoratori, ma anche per le imprese.

Che crescita può esserci per un’impresa che non investe in quanto di più prezioso può esserci in un’economia avanzata, cioè le idee e le persone? Deprezzare il valore del lavoro in termini di remunerazione e diritti significa anche dequalificarlo, per un solo motivo: la competenza costa, non solo a chi la paga, ma anche a chi la acquisisce. Se so che questo investimento non mi verrà riconosciuto, abbasserò il mio livello, e anche quello del lavoro che presto per la mia impresa.

Il contrasto alle finte partite iva deve rientrare in una presa di coscienza generale che faccia riconoscere il fenomeno come un problema dell’intero Paese, e non solo di chi lo subisce.

21 commenti:

  1. in una mia email speditavi tempo fa avevo già espresso alcuni dei punti presenti nella Lettera.
    Rtiengo però debbano essere aggiunti atri "dettagli".
    1) Il Finto Lavoratore Autonomo (FLA) è soggetto a ricatti morali e spesso svolge il suo lavoro in orari disumani senza percepire compensi di lavoro straordinario.
    2) il fenomeno dei FLA non coivolge solo i giovani (se pur in maggioranza), ma abbraccia fasce di tutte le età (dove lavoro oggi si va dai 29 ai 60 anni!!!).
    3) la sopravvivenza è per le aziende e gli studi che assumono FLA! il FLA a conti fatti e dedotte le spese percepisce compensi che vanno dai 3 agli 8 euro/ora!!! a chiedere l'elemosina in metropolitana si guadagna di più.

    Pier Giuseppe Scansetti

    Per sfizio vi "riallego" la mia email di cui sopra:

    Tra tutte le varie leggi non potremmo cercare di rendere legittima la "collaborazione a partita iva" (anche se aberrante...) per unico committente con le seguenti condizioni:
    1) Riduzione delle percentuali contributive per chi fattura una cifra fissa mensile per unico committente (12,5% su un reddito di 40000,00 € ti lascia abbastanza per vivere, 12,5% su un reddito di 10/15000,00 € ti lascia in mutande...);
    2) Regimi fiscali agevolati per chi fattura una cifra fissa mensile per unico committente (i motivi son gli stessi di prima...);
    3) Obbligo del "datore di lavoro" di comunicare agli Ordini o all'Ufficio del Lavoro o altro ente, la forma di collaborazione in atto pena ammende da 10000,00 a 500000,00, pagamento al Collaboratore di balzelli vari e arretrati e chi più ne ha, più ne metta;
    4) Definizione delle tariffe minime da applicare nei casi citati;
    5) Obbligo di lettera di incarico completa di: Compensi ed orari prestabiliti, Trattamento economico in caso di straordinari, Ferie e/o permessi, ecc. ecc. da produrre all'Ente di cui al punto 3.
    6) Stage e tirocinio ammessi nel limite di 1 ogni 2 ASSUNTI con contratto nazionale.
    Ovviamente sono idee buttate giù di getto, magari stupide, ma quantomento potrebbero far partire una idea più in grande e dettagliata, studiata e verificata (so, ovviamente, che alcuni punti sono contenuti anche nel Vostro/Nostro manifesto...).
    Ritengo inoltre che, in linea di massima, arginare e "controllare" tutti i fenomeni di condizione lavorativa, non produca una riduzione dei posti di lavoro, in quanto, il 90% dei datori di lavoro che "assumono" personale nei modi che tutti conosciamo, non sanno accendere un computer e se lo sanno arrivano fino a internet, emai, word excell, figuriamoci redigere un progetto!!!
    Quasi sempre ci mettono sotto ricatto morale con la prospettiva: "gente che cerca lavoro cene è tanta, quindi tu hai bisogno di me, che ti elemosino un lavoro...". Pensateci... in realtà sono loro che hanno bisogno di noi!!!
    Ok.
    Un po' mi sono sfogato...
    Buona Fortuna a tutti noi!

    Pier Giuseppe

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  2. Documento che sottoscrivo a pieno.

    Aggiungerei quanto segue per il regime dei nuovi minimi:
    1. abrogare/sopprimere nell’art. 27, del DL 98/2011 la frase “per il periodo d'imposta in cui l'attività e' iniziata e per i quattro successivi, esclusivamente alle persone fisiche: a) che intraprendono un'attività d'impresa, arte o professione; b) che l'hanno intrapresa successivamente al 31 dicembre 2007.”
    2. abrogare/sopprimere la frase della legge di modifica 15 luglio 2011 n. 111 “Il regime di cui ai periodi precedenti è applicabile anche oltre il quarto periodo di imposta successivo a quello di inizio dell’attività ma non oltre il periodo di imposta di compimento del trentacinquesimo anno di età”
    3. abrogare/sopprimere tutti gli acconti da pagare per l'anno successivo, quindi imposta e contributi previdenziali di qualsiasi natura. Si pagano solo imposta e contributi previdenziali dell’anno fiscale trascorso.

    Ciò per migliorare veramente il regime fiscale per il lavoratore autonomo di qualsiasi età, il quale non può essere naturalmente equiparato ad un'azienda che produce e vende.
    Mi auguro che seguendo questi semplici consigli, si garantirà un diritto al lavoro per le persone che hanno perso il lavoro o che non trovano lavoro, ma decidono di rischiare se stesse. In una situazione economica già deteriorata della crisi finanziaria, produttiva e politica, per il regime dei minimi storici e i nuovi, si garantirebbe una stabilità del regime fiscale e non un peggioramento come descritto nelle recenti leggi finanziare del 2011. Se ciò non avverrà probabilmente assisteremo alla chiusura di numerose partite iva e un aumento del lavoro in nero, fenomeni tra l'altro già molto diffusi.

    In bocca al lupo.
    Francesco

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  3. concordo in pieno con entrambi...

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  4. Grazie Pier Giuseppe.....hai scritto esattamente quello che volevo scrivere io!!

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  5. Io suggerirei anche di sottoporre ad osservazione quanto recentemente legiferato relativamente alla riforma degli ordini professionali. L'Ordine degli Architetti della mia provincia ha comunicato che a seguito di consultazione nazionale renderanno note decisioni e modalità di adeguamento alla riforma. Prima che ciò avvenga andrebbe sottolineato che:
    - RC professionale obbligatorio: giusto, ma spesa grossa e inutile per chi, di fatto, svolge "lavoro di ufficio",
    - obbligo di formazione: giusto, ma quanto costa? se obbligo deve essere che si organizzino corsi gratuiti e si paghino i corsi in base al reddito (o che "qualcuno" ci paghi almeno i corsi di aggiornamento!),
    - tirocinio di 3 anni dopo la laurea: vuol dire permettere a un laureato l'ingresso nel modo del lavoro a 27 anni (se tutto va bene) ed è terribilmente tardi (osservazione: non siamo pagati noi, come pensano verranno pagati i tirocinanti?).
    Concordo sulle osservazioni al regime fiscale: il regimi dei minimi andava bene senza cambiarlo (personalmente preferivo pagare il 20% e stop piuttosto che un 5% finto e istituito da e per un tempo che mi pare del tutto casuale).
    Speriamo in bene!

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  6. Purtroppo non credo di riuscire a essere a Roma il 19 e il 20 ma sono con voi al 100% e condivido documento postato e commenti di tutti gli utenti.
    Mi auguro che iva, dopo esser partita, faccia della gran strada.

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  7. Ottimo lavoro! Continuate così!!!

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  8. Purtroppo sabato e domenica sarò fuori Roma ma sono pienamente con voi...spero sarete in molti!!! SIETE DEI GRANDI!!!

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  9. ...a proposito delle offerte di lavoro al di sotto del minimo accettabile: si potrebbero promuovere delle azioni per impedire la pubblicazione da parte degli studi professionali di offerte di lavoro che non contengano informazioni in merito alla retribuzione prevista. anche qualora la retribuzione non sia adeguata alla professionalità richiesta nell'annuncio, questo dovrà essere rimosso dai siti quali (ad es.) professionearchitetto.it o europaconcorsi.com etc etc.

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  10. attenzione perchè adesso c'è gente come me che ha + di 35 anni e puo' tirare a campare grazie alla partiva iva ma se fate una legge sbagliata l' azienda maggiore con cui collaboro e fatturo + della meta del mio lavoro non mi potrà assumere e se per caso lo fà mi toccherà uno stipendio di 1000euro al mese in piu' non potrei piu curare altri clienti considerando che sto pagando le rateizzazioni di tasse alla agenzia delle entrate mi ritrovero' in una situazione catastrofica , percio stiamo molto attenti a intraprendere certe scelte bisogna dare la libertà ad ogni individuo di poter decidere come amministrare la propria vita io come dipendente non mi ci vedo piu', tiro a campare ma sono libero.

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    1. Ciao Anonimo, la ricetta a cui ti riferisci (monocommittenza con meno di 30000 euro l'anno) era stata mutuata direttamente dalla proposta di legge Ichino, che prevedeva l'assunzione automatica per le partite iva economicamente dipendenti purchè non si riferissero a professioni ordinistiche. Noi abbiamo voluto ribadire invece che sono proprio le professioni ordinistiche quelle dove ci sono la maggiorparte dei casi di finte partite iva difficili da scovare, e per i quali è necessario pensare a dei provvedimenti ad hoc, o comunque non escluderle da eventuali provvedimenti che riguardino in generale il mondo del lavoro. Confrontandoci con altri professionisti e reti associative abbiamo capito che questi criteri introdotti da Ichini sono però troppo restrittivi: esistono veri professionisti, che lavorano in monocommittenza e guadagnano meno di 30.000 euro l'anno, ma non hanno nessuna intenzione di essere assunti perchè possono svolgere il proprio lavoro in piena autonomia. Questo però può far sorgere due considerazioni ulteriori: 1) il fatto che tu svolga il tuo lavoro in autonomia non vuol dire che tu non sia "economicamente dipendente", perchè di fatto, se questo contatto viene meno, tu eprdi i 2/3 dei tuoi introiti (cioè, ragionando come se guadgnassi giusto 30.000 euro l'anno, vorrebbe dire guadgnare 10.000 euro l'anno, il che per una partita iva è improponibile). Si può ragionare sulla possibilità di estendere ai lavoratori autonomi economicamente dipendenti alcune garanzie di welfare come il sostegno nei periodi di disoccupazione o una maternità realmente tutelata, anche se non sono assunti? 2) Ci sono altri criteri che identificano la finta dipendenza, e forse qui tu non staresti più nel range: per esempio, la regolarità dei pagamenti. Un professionista monocommittente sul cui cc arrivano 1000 euro al mese tutti i mesi, possiamo pensare che ragionevolmente sia un dipendente a tutti gli effetti? Si può ragionare sulla possibilità di inserire altri criteri come questo per smascherare la finta dipendenza senza riversare completamente sul lavoratore l'onere di risolvere individualmente, attraverso vertenze, quello che è ormai un problema sistemico del mondo del lavoro? Facci sapere cosa ne pensi, il dibattito ci aiuta a crescere!

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  11. Per me sarebbe un disastro!
    Sono un ingegnere ex dipendente da 1200 euri al mese che si e' licenziato per tentare la libera professione, poi sono stato cercato dalla stessa azienda che ora mi paga 5-6000 euri al mese per fare lo stesso lavoro di prima, MA con la possibilita' di scaricarmi le spese, di organizzarmi gli orari, di fare telelavoro (cosa che NON e' consentita ai suoi dipendenti). E tale azienda mi fornisce abbastanza lavoro annuale che non mi conviene cercare e prendere lavoro da altri.
    Se passasse una legge che mi 'obbliga' all'assunzione, sarei finito.
    Grazie Monti. Grazie Fornero!

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    1. 5000-6000 euro al mese vuol dire che non guadagni meno di 30.000 euro l'anno, quindi non rientreresti nei finti autonomi economicamente dipendenti

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    2. scusate, quindi se ho ben capito c'è un tetto chi supera i 30.000 mila euro lordi non sarà costretto a farsi assumere dalla maggiore azienda a cui fattura? se è cosi già le cose cambiano effettivamente con meno di quella cifrà si muore di fame considerando quello che ti chiede il fisco italiano.

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    3. Faccio anche presente che definire il criterio di spartizione fra 'finte' e 'vere' p.iva esclusivamente per via economica (Ichino propone 40.000 euri e non i piu' realistici 30.000 che sono invece proposti dal DDL Nerozzi (Boeri-Garibaldi)) e' una grossolana semplificazione: non tiene conto di criteri come il periodo effettivamente lavorato per produrre tale reddito e, soprattutto, della volonta' del lavoratore autonomo, che in un libero mercato deve essere lasciato libero di organizzare la propria vita/carriera come vuole, volontariamente assumendosi i propri rischi e facendo le proprie scommesse.

      Per non parlare dell'ENORME problema della conversione dei contributi da una cassa professionale (es. Inarcassa) verso Inps: se un certo anno per via 'induttiva' si riconosce ad una p.iva lo stato di 'finta' dipendenza, dopo anni di versamenti Inarcassa, costringendo all'assunzione (e quindi all'assoggettamento Inps), come si configurerebbe il danno che il professionista ne riceve dall'obbligo di totalizzazione o peggio, ricongiunzione (onerosa)? E poi, l'eventuale ammortamento delle attrezzature che il professionista ha in corso?

      Non so, ma piu' mi informo, piu' approfondisco la questione, piu' mi sembra che si voglia sparare alle mosche con il bazooka, con buona pace di tutti, tanto al tavolo della negoziazione ci sono solo i sindacati e confindustria e la voce dei professionisti non e' assolutamente rappresentata.

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    4. Per Vs. informazione, in questa tabella potete vedere una comparazione dei DDL proposti al Parlamento negli anni. Tenete conto che la Fornero e' partita dalla proposta di Nerozzi, ma non e' ancora chiaro come decidera' di procedere.

      http://www.pietroichino.it/?p=6989

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    5. Ciao Anonimo, sulle questioni che poni puoi leggere la risposta che abbiamo dato nel commento successivo al tuo (quello qui in basso). Sul tema della ricongiunzione dei contributi, sarebbe un principio di buon senso affermare il concetto che, se si vuole un mercato del lavoro flessibile - per cui un anno ho un tempo determinato, due anni un progetto, poi mi apro la partita iva e così via - si deve avere una normativa previdenziale meno rigida, dove i contributi possano viaggiare da una cassa all'altra come noi viaggiamo da un contratto all'altro, prevedendo per il lavoratore la possibilità di scegliere o meno se farli rivalutare ai fini pensionistici per quanto effettivamente versato o se ricongiungerli onerosamente e solo relativamente al non versato che si vuole venga riconvertito in pensione. Questo è un problema già di oggi, che una riforma che tramuti il finto lavoro autonomo in lavoro dipendente dovrebbe a maggior ragione considerare.

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  12. Interessante punto di vista per un dibattito piu' completo:

    http://nuvola.corriere.it/2012/01/09/le-ipotesi-di-riforma-del-lavoro-dimenticano-ancora-le-partite-iva/

    Questo documento, in sostanza, afferma che definire le p.iva 'finte' con criterio puramente oggettivo su base economica e' profondamente sbagliato, oltre che illiberale: una cosa e' 'stanare' le situazioni di abuso (e qui siamo tutti d'accordo che la situazione attuale non va bene), una cosa e' di farlo in modo da non mettere in difficolta' aziende e, soprattutto, professionisti che hanno scelto in un mercato in crisi di giocarsi le proprie carte per uscire dai famigerati limiti di guadagno dei CCNL: vi assicuro, per esperienza personale (ero dip. a tempo indeterminato e mi sono licenziato volontariamente per iniziare la libera professione in p.iva) che le aziende ne approfittano a pagare gli ingegneri con i minimi sindacali del CNL dei metalmeccanici...
    Ecco che per sanare un abuso se ne crea uno ancora piu' grande! E poi capiamo perche' confindustria su questo tema e' d'accordo...

    Mi chiedo se queste voci fuori dal coro siano in qualche modo rappresentate al tavolo della concertazione, considerando l'idillio che si sta creando sulla questione tra confindustria-sindacati-governo: quali forze politiche, quali associazioni di categoria, quali 'lobby' intervengono per portare anche questa voce?

    Chiedo, soprattutto a Voi del sito, cosa ne pensate, anche alla luce delle osservazioni che mi sembra che stiano emergendo dai commenti.

    Grazie.

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    1. Ciao Anonimo, grazie per il tuo contributo. L'articolo del Corriere che citi fotografa un dato di fatto poco messo in luce dai media: oggi è sempre maggiore da parte dei lavoratori autonomi la richiesta di una qualche forma di tutela o regolamentazione del proprio mercato del lavoro. Le strutture politiche esistenti si mostrano in questa situazione carenti, perchè abituate a interloquire con soggetti - i sindacati - che tradizionalmente non rappresentano e non possono rappresentare il mondo del lavoro autonomo. Le associazioni di categoria come ACTA stanno facendo un lavoro molto difficile di concentrazione del mondo del lavoro autonomo, che è per sua natura molto individualista e frammentato, in una forza capace di fare lobby ed entrare nei tavoli di consultazione. Meriterebbero più attenzione da parte del governo e dei sindacati, e più partecipazione da parte dei diretti interessati - i singoli professionisti. Il problema dei finti lavoratori autonomi si pone a cavallo tra istanze sindacali e di associazioni di categoria. Sia il DDl Nerozzi che quello Ichino pongono come criterio per stanare il finto lavoro autonomo non solo il guadagno lordo annuo, ma anche la monocommittenza: forse questi due criteri non bastano, ma sono un buon punto di partenza per ragionare della questione. Se tu, come ex dipendente, guadagnavi meno che con partita iva, significa che il tuo stipendio era inferiore anche considerati i maggiori contributi, tredicesima, quattordicesima, malattia e ferie pagate. Quando parliamo di finte partite iva parliamo di guadagni che non arrivano ai 20.000 euro lordi l'anno nella gran parte dei casi, e dipendono da un unico committente. Se non ci piace definirle automaticamente "finte partite iva", possiamo dire senza dubbio che si tratta di lavoratori autonomi economicamente dipendenti, per i quali si può e si deve ragionare su che tipo di vita e di futuro stanno costruendo per sè e per il Paese, considerato che si tratta spesso di lavoratori iperqualificati. In questi mesi per la prima volta i media parlano di "finte partite iva"...il dibattito su come risolvere il problema è aperto e si tratta di capire quali sono le forme più efficaci per farlo. Ammesso che sia veramente questo l'obiettivo che ci anima.

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  13. Vi propongo di leggere anche questo articolo:

    http://nuvola.corriere.it/2012/02/23/i-propositi-del-governo-e-la-storia-delle-finte-partite-iva/#

    da cui emergono chiaramente dei reali problemi nel voler "tagliare con l'accetta" il mondo dei consulenti.

    Spero solo che sul tavolo delle trattative vi sia spazio a nche per queste considerazioni, altrimenti, per cercare una soluzione ad un problema reale, si metteranno in crisi molte 'vere' partite iva.

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