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mercoledì 14 dicembre 2011

Ordini Professionali e Deontologia (?)

Per fare chiarezza sulla questione sollevata dall’articolo uscito sul Fatto Quotidiano il 19 novembre “L’Ordine salva l’architetto della cricca”, in cui si trattava il caso dell’architetto Angelo Zampolini, (accusato di favoreggiamento per l’inchiesta sugli appalti dei Grandi Eventi dei Mondiali di Nuoto 2009, accusa patteggiata il 19 maggio scorso con una pena di 11 mesi, pena sospesa)  ivaseipartita ha intervistato l’arch. Andrea Bruschi, consigliere della commissione deontologica dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia.
Gentile architetto, prima di tutto vogliamo ringraziarla per la sua disponibilità a far luce su una vicenda complessa che però può aiutarci a comprendere quali siano le procedure che la commissione deontologica da lei presieduta mette in atto per garantire “la tutela della dignità e del decoro della professione” come espresso dall’art.1 del codice deontologico.

1.     L’ art.43 del R.D. 23 ottobre 1925, n. 2537 cita “il consiglio dell’ordine è chiamato a reprimere, d'ufficio o su ricorso delle parti, ovvero su richiesta del pubblico ministero, gli abusi e le mancanze che gli iscritti abbiano commesso nell'esercizio della loro professione.” e nel successivo art.44 “Il presidente assumendo le informazioni che stimerà opportune, verifica i fatti che formano oggetto dell'imputazione. Udito l'incolpato, su rapporto del presidente, il consiglio decide se vi sia motivo a giudizio disciplinare.” Dalla lettura degli art.44 e 45 appare che il Consiglio dell’Ordine sia dotato di una certa autonomia in merito alle questioni sanzionatorie, può spiegarci fin dove arriva il suo campo di azione e quali sono i limiti che ostacolano l’esercizio dell’ autogoverno?

La Commissione deontologica esamina i procedimenti sulla scorta delle testimonianze dei danneggiati e delle memorie degli incolpati, anche facendo ricorso, come cita l’art. 44, ad audizioni. Queste avvengono sia in Commissione deontologica che in Consiglio. Quest’ultimo, una volta chiarite le vicende con l’ausilio della necessaria documentazione, stabilisce autonomamente le sanzioni da comminare. L’istruttoria è comunque piuttosto lunga in quanto è necessario ricevere le memorie degli accusati, ascoltarli in audizione e, solo quando il Consiglio stabilisce di procedere con la citazione, riascoltarli nuovamente in giudizio per poi decidere l’eventuale pena. Questa procedura, fra le convocazioni, le audizioni ecc. richiede un notevole lasso di tempo.

2.     Può spiegarci come ha agito il Consiglio dell’Ordine in merito alla questione dell’architetto Angelo Zampolini e cosa ha impedito un’azione sanzionatoria tempestiva, quantomeno una sospensione preventiva, anche alla luce dell’ Art.55 delle Norme di Deontologia professionale  “La vigilanza del rispetto delle vigenti norme deontologiche e l'applicazione scrupolosa e tempestiva di quanto in esse previsto costituisce obbligo inderogabile per i componenti del Consiglio dell'Ordine.”?
     
     Su questo aspetto il presidente Schiattarella ha già dato spiegazioni sul sito dell’Ordine. Purtroppo la replica del presidente non è stata pubblicata in quanto il Fatto Quotidiano accetta soltanto risposte di massimo trenta righe. Per quanto mi concerne posso dire che il caso dell’arch. Zampolini non va considerato come un caso eccezionale ma alla stregua di tutti gli altri casi nei quali si instaura un procedimento deontologico. Come tale esso richiede la serie di passaggi istruttori di cui sopra: chiedere e ricevere memorie, ascoltare ripetutamente l’accusato, ricevere tutta la documentazione necessaria a consentire al Consiglio di emettere un giudizio equilibrato e sereno. Questo esclude la possibilità di azioni sanzionatorie come sospensioni preventive. L’Ordine sta agendo all’interno di questa dinamica e si stanno svolgendo, come per tutti gli altri procedimenti, le verifiche del caso. Non va dimenticato che stiamo parlando di materia che ha ricadute penali e che gli atti processuali chiariranno le reali ammissioni di colpa della persona. Essendo tuttavia il procedimento ancora aperto non è assolutamente possibile divulgare alcuna notizia in merito allo svolgimento dello stesso.

3.     Come lei sa, ivaseipartita, nasce per mettere in luce il fenomeno delle finte partite iva che è  aumentato esponenzialmente nelle nostre professioni, diventando l’unico canale di accesso al mondo del lavoro per il giovane architetto/ingegnere. Sul nostro sito abbiamo pubblicato un questionario da cui emerge che più dell’72% degli intervistati ritiene che l’Ordine debba interessarsi alla questione, come giudica questa “anomalia”?

Premetto che giudico anomalo, assurdo e frutto di una dissennata politica della formazione che in Italia il numero degli architetti abbia raggiunto cifre assolutamente disallineate con le medie europee. Questo è il risultato di una idea di Università come luogo del titolo di studio piuttosto che della formazione di professionisti capaci, responsabili e in grado di offrire un servizio che ha sempre un importante risvolto pubblico. Il numero di professionisti laureati dovrebbe invece essere ben correlato con le politiche del lavoro e del territorio e basato su una rigorosa selezione da effettuarsi negli anni della formazione universitaria. È ovvio che a fronte di una crisi dell’edilizia difficile da arrestare se non mediante politiche urbanistiche e urbane ben diverse da quelle della costante aggiunta di volumetrie a quelle già esistenti, si assista a una profonda difficoltà per i giovani laureati nell’individuare percorsi e orizzonti occupazionali congruenti con la figura del professionista. Questo è tuttavia il risultato di politiche precisamente orientate a indebolire il singolo architetto in favore dell’imprenditoria e delle società professionali. Per non parlare dell’innumerevole serie di figure professionali alternative alla nostra che svolgono attività progettuale spesso di basso livello qualitativo. In questo modo il maggior volume di affari finisce nelle mani dei più forti e ai più “piccoli” non rimane che il lavoro dipendente, una distorsione della figura dell’architetto la cui natura è di progettista e professionista. Di fronte a questo stato di cose l’Ordine ha lavorato moltissimo contestando tutti i provvedimenti orientati a trasferire le opere di architettura direttamente alle imprese e alle società ad esse collegate e operando nella direzione di una Legge per l’architettura in grado di tutelare qualità delle opere e del lavoro. Va comunque ricordato che non è compito dell'Ordine tutelare gli iscritti anche se la riflessione è opportuna ma deve essere indirizzata verso interlocutori adeguati e inserita in un ampio contesto nel quale il diritto al lavoro e al giusto compenso è materia che non riguarda solo i giovani ma tutti quelli che svolgono la libera professione. 

4.     Non pensa che, anche alla luce dell’art.11 “Il rapporto con i colleghi deve essere improntato a correttezza, lealtà e chiarezza.”, l’ordine debba farsi carico di una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno delle finte partite iva e avviare azioni di confronto tra gli iscritti?
Ovviamente sono d’accordo ma si tratta di una operazione molto complessa e probabilmente poco fruttuosa in quanto dovrebbe interessare molte figure singole difficili da reperire. Una campagna di sensibilizzazione in se stessa dubito che possa avere qualche effetto. È necessaria invece e ormai improcrastinabile una legge dello Stato sia per l’architettura che per le politiche del lavoro ad essa correlate. Da questo punto di vista l’Ordine di Roma ha lavorato e continua a impegnarsi energicamente ma temo che in questo momento storico sia difficile aspettarsi novità e miglioramenti.

5.       Negli ultimi mesi si è molto discusso della funzione degli ordini professionali ritenendo, nelle posizioni estreme, quest’ultimi responsabili dell’immobilismo che investe il nostro Paese. Noi di ivaseipartita siamo concordi nel riconoscere il ruolo di interesse pubblico degli Ordini Professionali, ma è indubbio che questi debbano essere riformati.
Secondo Lei, quali sono le questioni “chiave” per una riflessione su una riforma strutturale degli ordini professionali?

Penso che in Italia la mania del nuovo sia funzionale al mercato e alla mercificazione, l’eredità deteriore di una cultura superficiale e “televisiva”, basata sulla spettacolarizzazione di tutto e spesso sulla sola apparenza delle cose. In realtà nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla depauperazione o all’annientamento di organi, enti e istituzioni che – mi riferisco ad esempio a tante privatizzazioni – avrebbero potuto svolgere i loro compiti efficacemente se solo si fosse saputo (e voluto) farli funzionare. Questo per dire che a voler innovare per principio, senza vedere le relazioni fra le parti - formazione universitaria, produzione edilizia, apparato normativo, sistema degli incarichi pubblici e privati per citare i nodi principali - c’è sempre il rischio di peggiorare.
Ad esempio non credo che la soppressione delle tariffe minime possa e sia servita ad allargare il mercato. Penso semmai che questa operazione maldestra e demagogica stia portando e porterà a un progressivo scadimento della qualità dei progetti e delle opere pubbliche. Di questa tendenza si avvertono i segni nefasti negli altissimi ribassi presentati da molti architetti nelle gare di progettazione e nelle proposte di progetti on-line sottocosto che stanno dilagando nel web.
Venendo al tema, allo stato delle cose all’Ordine sono ascritti il controllo dell’Albo, l’abilitazione professionale e la sorveglianza deontologica, tutti compiti che concorrono a stabilire un rapporto corretto fra professionisti privati e sistema sociale. Credo che l’Ordine degli architetti debba avere la capacità di intervenire su altri aspetti pubblici della professione, quelli che mettono in gioco la qualità dell’architettura e dell’ambiente incidendo sul livello della formazione dei professionisti, sulle politiche urbanistiche locali e in generale sul quadro normativo. E’ comunque noto che l'Ordine di Roma sostiene da molto tempo la necessità di una riforma degli ordini professionali. È anche ovvio però che senza una opportuna cornice fatta di riforme strutturali del mondo del lavoro, dell'idea di professione in Italia, di nuove e più eque politiche fiscali, ecc. si rischierebbe, come già in parte avviene, uno scollamento definitivo tra un settore della società civile e il suo contesto sociale.

1 commento:

  1. io invece creedo proprio che gli ordini professionali siano inutili: mi sono rivolto a loro per la prima volta nella mia vita per capire se potessi intraprendere un'azione disciplinare nei confronti di un "collega" che non mi corrisponde quanto dovuto. risultato: potrei intraprender una strada molto in salita che forse porterà ad un'azione disciplinare che comunque non mi garantirà il pagamento dei conpensi cui ho diritto. mi chiedo se valga la pena continuare a versare la quota di iscrizione.

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