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domenica 22 gennaio 2012

RIFORMA DEL LAVORO

A seguire pubblichiamo il testo emerso nell'assemblea che si è tenuta e Roma il 19 e 20 novembre scorso e a cui abbiamo partecipato come IvaSeiPartita portando il nostro contributo sul tema delle professioni e del lavoro autonomo.
In questi giorni si discute ampiamente di riforma del lavoro, il ministro Elsa Fornero domani incontrerà le parti sociale per il tavolo di discussione su: semplificazione legislative, contratto unico di accesso e articolo 18.

Nel documento troverete alcune proposte coindivise con le altre associazioni presenti all'Assemblea, leggete e commentate...insomma dite la vostra.

CONTRATTO STABILE PER LAVORO STABILE:

I contratti precari sono lo strumento attraverso cui scaricare il rischio dall'impresa ai lavoratori. Il rischio della discontinuità e il rischio economico. E sono anche la scusa per pagare meno il lavoro e i contributi.
Per questo serve affermare l'ovvio. Chi fa un lavoro stabile deve avere un contratto stabile. Chi fa un lavoro subordinato deve avere un contratto subordinato. I contratti discontinui devono costare di più.
E' quindi necessario riconoscere per tutti le norme contenute nello Statuto dei Lavoratori e nei contratti collettivi nazionali di lavoro, quali fonti primarie nella regolamentazione del lavoro.
Per fare questo non serve molta ideologia: bisogna individuare alcune soluzioni efficaci e concrete che sappiano contrastare gli abusi ed estendere i diritti, anche tendendo conto delle diverse situazioni di lavoro.


Vanno impediti gli abusi in nome di un finto lavoro autonomo: collaborazioni occasionali, a progetto, finte partite iva.

Nella realtà, è facile eludere le leggi così come sono formulate attualmente, anzi, molte delle ultime riforme del lavoro sembrano andare proprio in questa direzione: una tacita agevolazione al proliferare di collaborazioni e finte partite iva per abbassare i costi del lavoro. Per di più, in alcuni settori del mondo del lavoro, per esempio le professioni intellettuali, il mercato non propone altro: il finto lavoratore autonomo si ritrova a fare i conti con una realtà in cui, da un lato, sa che difficilmente troverà un lavoro dipendente regolarmente inquadrato come tale, dall’altro, sente che lo Stato condanna a parole il fenomeno, ma consente nei fatti che esso proliferi sotto gli occhi di tutti, come se fosse normale.

Di fatto, i controlli sono inesistenti e l’attività di contrasto è affidata all’iniziativa del lavoratore, che può promuovere una vertenza contro i propri datori di lavoro.
Quindi bisogna affermare alcuni criteri distintivi per smascherare queste vere e proprie truffe.

Deve essere inquadrato come lavoratore dipendente chi possiede l'insieme di queste caratteristiche:
-chi svolge mansioni esecutive e prive di autonomia
-chi svolge un'attività incardinata all'interno della struttura organizzativa aziendale ed è economicamente dipendente, ovvero percepisce la porzione prevalente del proprio reddito da un unico committente (almeno 2/3). Possono in questo caso essere individuati limiti di reddito (sotto i 30.000 euro) e di durata dell'incarico.
Per ridurre l'abuso inoltre bisogna rendere, per il datore di lavoro, il lavoro autonomo più costoso del lavoro subordinato, innanzitutto pagando il prestatore d'opera di più rispetto al costo di un dipendente di pari professionalità.

Contratti temporanei.
E' necessario riaffermare l'eccezionalità nell'utilizzo dei contratti temporanei in relazione alle causali, alla durata massima di 36 mesi e ai contingenti massimi aziendali.
In sostanza la temporaneità dei contratti deve essere collegata a reali esigenze produttive,   dovute a picchi di produzione o sostituzioni.
Va anche cancellata la norma introdotta dal Ministro Sacconi secondo cui il limite dei 36 mesi può essere derogato attraverso contratti aziendali

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