1400 persone hanno sottoscritto la nostra lettera agli Ordini Professionali: leggila qui!

giovedì 29 marzo 2012

Tutti vogliono scrivere ad Elsa.

Riportiamo il Comunicato Stampa del Consiglio Nazionale degli Architetti, in cui si chiede con forza di non inserire le professioni ordinistiche nel disegno di legge di riforma del lavoro, perchè i paletti indicati dalla legge sono troppo restrittivi e gli studi in Italia sono piccoli e funzionano come botteghe "con un approccio culturalmente assai distante dal rapporto datore di lavoro/dipendente", e sarebbero devastati da una riforma del genere, con un aumento della disoccupazione giovanile. Invece le grandi strutture assumono e sono in regola, quindi non hanno bisogno di essere controllate.


Pur individuando un tasto dolente della nostra categoria (la difficoltà di assumere per i piccoli studi che fatturano poco), e senza voler generalizzare, l'approccio culturalmente diverso a molti di noi, nei loro studi grandi e piccoli, srl e imprese (perchè non ci sono solo piccoli studi in Italia) risulta non pervenuto.


Il Cna ammette che ci possono essere degli abusi, ma quando gli Ordini saranno riformati saranno perfettamente in grado di difendere i propri iscritti (cosa che evidentemente non fanno ora, per ammissione dello stesso Cna). 


Per ora non vi deve essere alcun metodo di contrasto delle finte partite iva, quindi, nè quello indicato dalla legge, nè un altro. Aspettiamo quindi fiduciosi la riforma degli Ordini mentre andiamo in bottega a lavorare 10 ore al giorno per 8 euro lordi l'ora - quando siamo fortunati -  per il nostro cliente! 
Inoltre invitiamo quei grafici e web designer che sono finte partite iva a scrivere al Ministro per dire che non è giusto che chi non ha un Ordine di appartenenza perda il lavoro a causa della riforma.


Qui il link dove potete scaricare la lettera inviata da Leopoldo Freyrie al Ministro Fornero, che ormai avrà la casella di posta intasata.
Aspettiamo i vostri commenti e suggerimenti.

http://www.awn.it/AWN/Engine/RAServePG.php/P/195571AWN0300/M/31901AWN0306



LAVORO: PARTITE IVA, ARCHITETTI, "TROVARE SOLUZIONI PER GARANTIRE I PIÙ DEBOLI NEL RISPETTO DELL'AUTONOMIA PROFESSIONALE"

Roma, 28 marzo 2012. Il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori - in una lettera inviata al Presidente del Consiglio e ai Ministri della Giustizia,  del Lavoro e dello Sviluppo economico -  esprime l'assoluta contrarietà alla norma che, nel disegno di legge sulla riforma del lavoro, intenderebbe includere gli iscritti agli Albi tra coloro che, ove lavorassero per oltre sei mesi per il 75% per un medesimo cliente e/o utilizzandone le strutture e le attrezzature, dovrebbero essere assunti come dipendenti. L'applicazione di questa norma, secondo gli architetti italiani, infatti, creerebbe gravissimi danni all'intera categoria professionale, sia in termini di disoccupazione che in termini di marginalizzazione dal mercato.
"La struttura media degli Studi di architettura italiani - spiega la lettera -  è assai piccola (tra due e quattro addetti) e si basa sulla cooperazione tra titolari e collaboratori, in un ambito di "bottega" o, come si dice ora, di team, con un approccio culturalmente assai distante dal rapporto datore di lavoro/dipendente. Proprio  la dimensione ridotta degli Studi di architettura sta permettendo alla maggioranza dei 150 mila architetti italiani di reggere alla grave crisi del Paese e del settore, pur tra mille difficoltà e grazie ai comuni sacrifici di titolari e collaboratori".

"L'obbligo di assunzione in strutture che hanno volumi  d'affari assai ridotte - uno Studio di architettura con tre addetti ha un volume d'affari medio di 120 mila euro - avrebbe come conseguenza: la drastica riduzione dei collaboratori, per poter sostenere i nuovi oneri, con aggravio della disoccupazione soprattutto giovanile; la contrazione della dimensione delle strutture con ulteriore difficoltà delle stesse ad essere competitive sul mercato; la drastica riduzione dei contributi a Inarcassa, a cui proprio il vostro Governo ha da poco chiesto di dimostrare la sostenibilità delle pensioni a 50 anni, in quanto i dipendenti diverrebbero contributori INPS e lo snaturamento del rapporto interprofessionale, tra titolari degli Studi e collaboratori, con danni all'oggetto della prestazione ed alla qualità complessiva dei progetti sviluppati".
"Inoltre la norma - continua la lettera - contrasterebbe con evidenza con i principi di flessibilità e mobilità che sono tipici delle professioni intellettuali e che ne costituiscono la capacità d'azione sui mercati globali, oltre che di adattamento ad un mercato storicamente altalenante o, come dicono gli esperti, "a dente di sega". Per non dire del fatto che molti architetti sono per periodi lunghi di tempo mono-cliente, con l'assurdo che il committente del progetto dovrebbe assumere l'architetto: ciò non riguarda solo i clienti privati ma anche la Pubblica Amministrazione, laddove stipula contratti di consulenza di liberi professionisti per gli Uffici Tecnici, non potendosi permettere di mantenere una struttura stabile."
La lettera contiene anche alcune proposte del Consiglio Nazionale finalizzate a proteggere gli iscritti agli Albi da abusi da parte di colleghi che possano agire in modo scorretto in qualità di "committenti". 

Tra queste, quella di "garantire, all'interno dei Codici Deontologici, il rispetto di regole etiche e tipizzazioni contrattuali nel rapporto tra titolare dello Studio e collaboratore, laddove iscritti agli Albi: la futura terzietà dei nuovi Collegi Disciplinari sarà perfettamente in grado di assicurare giudizi equi e sospendere gli iscritti che svolgano nei confronti  dei colleghi pratiche contrattuali vessatorie".
Un'altra proposta è quella "di semplificare e rendere maggiormente economiche le forme di associazione professionale, così che i collaboratori possano a tutti gli effetti essere agilmente associati agli Studi di Architettura rendendo così formalmente evidente il loro contributo professionale e la loro appartenenza alla struttura".

Gli architetti italiani chiedono con forza al Governo "di affrontare il tema con piena consapevolezza della complessa ed articolata realtà professionale italiana e di rendersi conto che l'effetto finale di una tale norma sarebbe assolutamente risibile sulle grandi strutture professionali pubbliche o private che sono già organizzate con contratti di dipendenza - due quinti dei nostri iscritti sono dipendenti - ma deflagrante sul resto degli architetti italiani che verrebbero ulteriormente marginalizzati e resi meno competitivi sia sul mercato interno che su quello internazionale".
"Diamo quindi la nostra completa disponibilità - conclude la lettera - a collaborare per trovare soluzioni che garantiscano gli iscritti più deboli sul mercato del lavoro, senza però trasformare surrettiziamente gli assetti del lavoro autonomo e professionale testè riformato: le libere professioni hanno bisogno di un investimento politico da parte di Governo e Parlamento per farne i protagonisti dello sviluppo e della crescita sostenibile, non di gabbie salariali che ne ucciderebbero la capacità di agire nei tempi e nei modi che la modernità richiede".

17 commenti:

  1. ma non hanno proprio alcun pudore.

    a sentire questi, il problema sarebbe "la drastica riduzione dei collaboratori" negli studi.
    conseguenza?
    meno collaboratori, meno lavoro svolto.
    quindi lavoro in più per nuovi, veri, liberi professionisti!!

    Continuando, leggo: "Per non dire del fatto che molti architetti sono per periodi lunghi di tempo mono-cliente, con l'assurdo che il committente del progetto dovrebbe assumere l'architetto"
    Ma che ca**o dice!?!?
    Tu ti porti il computer a casa del committente e lavori 8-10-12-14-16 ore al giorno da lui?!?!?!

    Continua con: "rendersi conto che l'effetto finale di una tale norma sarebbe assolutamente risibile sulle grandi strutture professionali pubbliche o private che sono già organizzate con contratti di dipendenza".
    Questa è solo una patetica balla, lavoro da 4 anni per una media impresa privata (nel colloquio iniziale mi avevano promesso il contratto) e sono ancora qui che aspetto.

    Finisce con "le libere professioni hanno bisogno di un investimento politico [...] non di gabbie salariali".
    Lo sappiamo bene. Quindi l'obiettivo di quella lettera è continuare a sottopagare.

    Per finire un iscritto all'ordine assunto non versa i contributi all'inps, c'è un'altra cassa (o almeno così mi spiegava il mio commercialista - da verificare).

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  2. La verità è che nessuno ha capito niente della reale situazione...è vero, da un lato, che la proposta di legge sulla riforma del lavoro sta mettendo in allarme i titolari degli studi, che si stanno già organizzando per eludere gli obblighi di legge (ad esempio chiedendo al collaboratore di fatturare ogni tanto ad altri professionisti, amici e compiacenti)o stanno già avvisando i collaboratori dell'impossibilità di un'assunzione, lasciando il discorso in sospeso...(succede nello studio in cui lavoro io, succede a mio marito ed a tutti i miei amici architetti). Dall'altro è però desolante che il consiglio nazionale degli architetti non sappia rispondere niente di meglio che "blocchiamo tutto!il sistema così funziona!". Funziona per loro, generazione ormai avviata ed affermata, ma noi?? Quale sarebbe l'approccio culturalmente diverso di cui parlano? L'unico approccio che in questi anni abbiamo conosciuto è pagare i collaboratori il meno possibile pur chiedendo sempre più lavoro, disponibilità, e far passare questo trattamento come una grande opportunità di cui essere grati. Non esistono i comuni sacrifici tra titolari e collaboratori. I titolari continuano a mantenere il loro stile di vita, mentre noi lavoriamo di fatto per sostenere il LORO benessere, non certo per sostenere la crisi economica e far muovere il mercato. E dovrebbero essere i collegi disciplinari degli ordini a sanzionare i colleghi che abusano della loro professione? Ma lo sanno che nelle realtà di provincia, che sono la maggioranza, i professionisti si conoscono tutti e sono legati da muti rapporti di lavoro? Chi accuserà mai l'altro di abusare dei suoi collaboratori? Tra colleghi commentavamo che l'unico modo per cambiare questa prassi sarebbe rifiutarsi, tutti in blocco, di sottostare a questo tipo di collaborazioni...

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  3. Secondo me l'hanno capito troppo bene. La riforma come è stata descritta dal ministro porterà un po' di equità con la piccola conseguenza di creare difficoltà economica (guadagni inferiori ... poveri) ai veri professionisti. Con la "stabilizzazione" delle false partite iva, inoltre, una parte dei lavoratori passerebbero dal sistema contributivo di inarcassa a quello dell'inps (il vero interesse di cna).
    Credo che certe conseguenze le abbiano provocate proprio CNA e ritengo tardiva la pretesa di chiudere la stalla quando i buoi son scappati!

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  4. INOLTRE vogliano precisare i SIGNORI di CNA che il meccanismo di eliminazione della false partite iva NON è automatico? Bisogna sempre andare dal giudice del lavoro, ovvio che chi procede vuole il suo REALE status di lavoratore!

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    1. Esatto anonimo. Nella bozza di legge così come è stata scritta non vi è alcun divieto di instaurare una collaborazione in monocommittenza per più di sei mesi, ma solo lo scegliere questi criteri, insieme alla postazione di lavoro presso il committente, come elementi presuntivi, salvo prova contraria, di un rapporto subordinato. Detto questo, quello che non condividiamo della posizione del CNA non è il ritenere che questa norma - ancora sotto forma di bozza, e quindi comunque difficile da giudicare - sia inefficace o dannosa, ma il ritenere inesistente il problema per gli architetti: infatti non si invoca la mancata approvazione della norma, ma l'esclusione per gli iscritti all'Ordine, perchè il problema per noi non esiste, fatte salve poche eccezioni, che non dovrebbero essere normate dalla legge, ma demandate al potere di vigilanza non degli Ordini attuali e del CNA stesso, ma di un futuro Ordine riformato.

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  5. La prima reazione a caldo è stata la rabbia per l'ipocrisia di chi parla di "approccio culturale diverso", "cooperazione", "team" o di "bottega", quando negli studi, una meravigliosa arcadia a sentir loro, i 3/4 dei partecipanti percepiscono delle retribuzioni che non gli consentono di pagare vitto, alloggio e bollette (cioè semplicemente di vivere da adulti in questo mondo), e i discorsi amichevoli, la massima disponibilità, i "poi ti metteremo a posto" dei professionisti senior più alla page si traducono in un continuo glissare sulle legittime richieste di miglioramento delle condizioni lavorative da parte dei loro collaboratori.
    Personalmente ritengo che la strada da percorrere non sia quella del conflitto né tanto meno, a mio avviso, quella delle vertenze e delle assunzioni obbligate; ma quella del rispetto delle professionalità sia in termini di retribuzione che, soprattutto, in termini di autonomia. In teoria non sarebbe sbagliato affidare agli ordini un ruolo di vigilanza, ma trovo difficile fidarsi di questi ordini che hanno colpevolmente rimosso un problema di cui erano perfettamente a conoscenza. Resterebbe inoltre da risolvere il problema dei casi in cui lo sfruttamento delle false partite iva non è perpetrato da colleghi, ma da altri soggetti come, ad esempio, le società di costruzioni, le società di ingegneria soggette ad altri ordini, le società partecipate.
    Riguardo all'andamento del mercato "a dente di sega" e alla ventilata catastrofe che colpirebbe gli studi professionali in seguito al contrasto delle finte partite iva, credo che gli studi più che scaricare gli inevitabili alti e bassi del lavoro sui collaboratori più deboli debbano fare uno sforzo di maggiore organizzazione ed efficienza, tesa al risparmio di risorse umane, economiche e di tempo e a una costanza nell'ottenimento di commesse e di produzione. Sarebbe opportuno che uno studio professionale avesse un forte interesse economico a selezionare i propri collaboratori per la loro competenza e non per la loro propensione alla subordinazione e a retribuzioni bassissime.
    E' poi necessario, a mio avviso, rompere il circuito vizioso tra affollamento universitario - inflazione e impreparazione dei neo-professionisti - scarse paghe per chi entra nel mondo del lavoro.
    Io credo che con un po' di calma sia il caso di formulare delle proposte per un riordino del settore, che includa il contrasto alle finte partite iva ma anche lo studio di accorgimenti che rendano fattibile tale contrasto.

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    1. Hai perfettamente ragione Marco, infatti credere che si possa demandare tutto agli Ordini non è realistico, visto che spesso non si tratta di conflitti fra iscritti e, per quanto riguarda le tutele, i consiglieri dell'Ordine ci hanno tenuto a sottolineare più volte che l'Ordine non è un sindacato. E' chiaro che la strada non può essere quella delle assunzioni obbligate, ma anche che il sistema attuale renda il lavoratore troppo ricattabile, per cui aumentare i controlli o istituire dei parametri per cui il lavoratore possa difendersi in giudizio più facilmente può funzionare da deterrente...Non dobbiamo istituire lo Stato di polizia, ma uno Stato serio che fa leggi razionali e le fa rispettare.

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  6. Ma scusate, sarà che ce ne capisco poco o che non ho letto attentamente tutte le proposte e i commenti, ma non sarebbe così semplice fare due semplici passaggi:
    1 - lasciare comunque la scelta del tipo di collaborazione a discrezione del professionista (io voglio il contratto, perchè di fatto mi sento un dipendente sfruttato, oppure io non lo voglio anche se lavoro per una sola persona 12 mesi all'anno perchè mi sento libero e non vincolato);
    2 - andare ad individuare gli architetti che fatturano non a "un committente generico" ma a un altro professionista ben definito con p.iva o studio professionale associato e similari, per 12 fatture l'anno 12 mesi l'anno??? Loro farebero rientrare anche i committenti privati?? Questo non l'ho capito... io non considero il mio capo come mio committente, lui ha i suoi committenti e io lavoro per l'architetto!
    Che tristezza.

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  7. Scusate io rispondo più tardi, devo andare in bagno a vomitare... e questi noi li paghiamo per tutelarci... io vorrei chiedere allo Stato che la riforma degli ordini preveda in primis l'abolizione della quota associativa!

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  8. @sindarchitetto
    condivido la tua opinione e credo che anche la riforma vuole sollevare questa procedura. Capisco la posizione di comodo di alcuni professionisti.

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  9. Il CNA continua a fare finta di cascare dal pero...
    Se solo volessero farlo, sarebbe semplice fare una distinzione tra:
    1) architetto che fattura ad un altro architetto o ad una società di ingegneria (inarcassa ci chiede tutti gli anni di specificare a chi fatturiamo e ci bastona di conseguenza)
    2) chi fattura per un'amministrazione pubblica o un privato.
    E magari abolire i minimi tariffari solo per i secondi, se ci tengono, e introdurre per i primi un limite sotto il quale il lavoro diventa sfruttamento. Così se proprio hanno voglia di farsi concorrenza al ribasso, almeno non se la facciano finanziare da noi (Ricucci lo diceva in un altro modo...). Per quanto ho potuto vedere in vari anni di lavoro negli studi, la cura dimagrante (per noi) inizia proprio negli uffici pubblici e dai committenti col braccino corto. Sono 20 anni che mi dicono che c'è crisi.

    P.S.: quando scrivo INARCASSA il correttore automatico mi suggerisce tra l'altro INCASSAR, CARCASSA e ASSASSINAR. Sarà un caso?
    Baci & abbracci

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  10. il problema è che il CNA ha capito tutto e fa finta di non saper che il mercato attuale favorisce pochi a discapito di molti, ovvio che a quei pochi, che magari proprio nel CNA trovano la loro rappresentanza, non hanno nessun interesse a che le cose cambino. non sarà forse il caso di darsi una svegliata anche quando si andrà a votare per il rinnovo dei consiglio degli ordini, perchè non proporre delle liste che abbiano nel loro programma anche la tutela degli iscritti che lavorano come subordinati, magari tramite questo blog?

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  11. Comunque qua si parla sempre e solo di architetti, mentre la realtà degli ordini professionali è enormemente più complessa. Una delle (tante) cose sbagliate di questa "bozza" è che si fa di tutta l'erba un fascio.
    Comunque tonando al vostro problema specifico, mi sembra di capire che riconoscere i casi in cui un professionista fattura ad un altro professionista risolverebbe o attenuerebbe il vostro problema. Perchè non spingete su quello?

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  12. Io sono ingegnere, e falsa partita IVA pagato a ore; la situazione è simile a quella degli architetti falsa partita IVA; nel mio caso, tolte le tasse, commercialista, iscrizione all'albo e inarcassa, riesco a portar a casa almeno 1150 euro, per cui non mi lamento , almeno per rispetto di chi non arriva ai 1000.
    Ben inteso che per arrivare a 1150 devo fare circa 10 ore al giorno, e le ferie te le scordi, fatta eccezione, ammetto, per le 2 settimane a cavallo di ferragosto !! Mi sa che un dipendente ha un po’ di ferie in più all'anno, oltre che essere ferie pagate, per cui nel mio caso sarebbe semmai più corretto parlare di una sosta per chiusura estiva dello studio. In definitiva sei spremuto come un limone; il pensiero del titolare è semplice: "tanto il suo tempo mi costa una miseria ".
    Se poi ti ammali, fatti tuoi !
    Insomma, ai titolari, ben rappresentati nel Cna, fa comodo avere tanti bei limoni da spremere a basso costo; questo è il succo della faccenda.
    Ovviamente poi lo stato avrebbe giustamente da ridire circa l’elusione contributiva, visto che le false partite IVA, almeno quelle iscritte a un ordine, versano su casse private, e non allo stato.

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    1. Il problema vero è che in certi ambiti (es: edilizia) c'è poco lavoro. Il governo dovrebbe in qualche modo affrontare questo problema piuttosto che obbligare gli studi ad assumere...perchè può essere anche che qualche studio poi finisca per assumere, ma c'è anche il rischio concreto che -facendo i conti- si rinunci alla collaborazione. In questo caso si passa dalla padella alla brace.

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  13. Nel mio studio non si lavora 10 ore al giorno perchè non c'è lavoro, ma perchè si vuole fare più commesse possibili, con meno collaboratori possibili, ovvero facendoli lavorare più ore possibili e pagandoli il meno possibile.

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    1. In realtà questo accade perchè c'è gente disposta a lavorare a poco, dato che c'è poco lavoro. Inoltre il poco lavoro costringe a concorrere sui prezzi e di conseguenza a comprimere i costi. Questo in una professione intellettuale cala l'importo delle vostre fatture. Se ci fosse tanto lavoro e poche persone disposte a farlo, gli studi si ruberebbero i collaboratori a suon di rialzi (e in quel caso vi terreste ben stretti la partita IVA).

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