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giovedì 3 maggio 2012

Una risposta per Martone

Il 2 maggio è andata in onda su La 7 la puntata de "L'aria che tira" che ha visto ospite il viceministro del welfare Michel Martone, in veste di interlocutore di alcuni precari, lavoratori atipici e partite iva - vere e finte - che raccontavano le loro esperienze lavorative e presentavano le loro istanze.

Abbiamo apprezzato l'intenzione del viceministro di confrontarsi con categorie di lavoratori troppo spesso inascoltate e non rappresentate, ma vorremmo muovergli i nostri rilievi sui temi emersi, lontano dai tempi e dai luoghi televisivi.

1. Il viceministro ribadisce l'opportunità di non estendere forme di deterrenza contro le finte partite iva ai lavoratori iscritti agli Ordini professionali, in quanto questi sono dei liberi professionisti che non aspirano all'assunzione ma, per la natura intellettuale delle proprie prestazioni, non possono che essere autonomi; aggiunge inoltre, sulla base della propria esperienza da avvocato, che un po’ di gavetta è necessaria per imparare il mestiere e farsi valere come professionista. Tutto questo è impreciso, distante dalla realtà e riduttivo.


- E' impreciso, perché per la legge italiana non vi è alcuna incompatibilità tra subordinazione e prestazione intellettuale, fatta eccezione che per le professioni di avvocato e di notaio. Un architetto, un ingegnere o un medico iscritti all'Ordine possono espletare la propria professionalità anche da dipendenti.

- E' distante dalla realtà, perché ricalca una visione novecentesca del mondo del lavoro, in cui a fronte di una massa di lavoratori dipendenti operano pochi professionisti, che in virtù della loro rarità e specializzazione godono di un elevato potere contrattuale. Che ci piaccia o meno, nel mondo del lavoro la competitività passa per la creazione di strutture produttive più efficienti ed articolate, in grado di gestire processi complessi. Le srl, le società di ingegneria, le imprese non sono più le botteghe del Ghirlandaio e di Freyrie, ma per svolgere gli incarichi che vengono loro affidati hanno bisogno di professionalità elevate che facciano parte stabilmente del loro organico. Al contrario la partita iva è diventata il modo per ridurre al minimo i costi del lavoro e rimanere competitivi su un mercato in cui ribassi massimi, elusione della legge, corruzione, mancanza di infrastrutture ed endemica disorganizzazione determinano la bassissima produttività del sistema.

- E' riduttivo, perché postula l'aspirazione da parte di ogni iscritto all'Ordine di svolgere la libera professione e la necessità a tal fine della “gavetta”. A parte che, come già detto, iscrizione all'ordine e lavoro dipendente sono compatibili, anche chi veramente aspira a essere un libero professionista è costretto a subire ricatti per poter lavorare, ben al di là della regolamentare “gavetta”. Se le srl, le società di ingegneria, le imprese, i grandi e piccoli studi professionali, vogliono avvalersi di un mercato del lavoro flessibile attraverso le collaborazioni autonome, devono dare flessibilità e non solo pretenderla: in un rapporto di collaborazione autenticamente autonomo il collaboratore deve poter fornire il contributo richiesto organizzando il proprio lavoro autonomamente e fornendo nei tempi previsti un prodotto finito e riconoscibile. Noi non chiediamo la luna, ma solo il riconoscimento di quell’ autonomia che non viene accettata da un mondo del lavoro tarato ancora su ruoli e dinamiche di un’altra epoca; vogliamo recuperare il potere di dire no, senza essere messi alla porta, a chi pretende di pagare con la partita iva ma ancora ragiona in termini di orari, ferie, permessi e totale subordinazione dei collaboratori.

2. Nel corso dei suoi interventi, il viceministro Martone afferma che gli architetti sono troppi e che l'edilizia è in crisi, quindi in un certo senso il problema è più economico che legislativo. Ne approfittiamo per svelarvi il quarto mistero di Fatima: in Italia il numero di laureati in ingegneria e architettura è in linea con la media europea. Quello che è davvero sproporzionato è il numero di iscritti ai vari ordini professionali. Questo perché l’arretratezza economica del sistema produttivo italiano non offre ai laureati sbocchi alternativi (e legittimi) al professionismo. Molti laureati italiani tentano la libera professione, per convinzione, per mancanza di alternative o in attesa di definire il proprio ruolo; ma la libera professione trae la propria forza dalla carenza di offerta rispetto alla domanda di un servizio non sostituibile, mentre la situazione attuale è esattamente l’opposto. Se oggi un gran numero di laureati - e fra questi i professionisti - non trova più nella laurea e nella formazione la chiave di accesso a un mondo del lavoro all'altezza delle proprie competenze e aspettative non è perché "i laureati sono troppi" (ma non eravamo il fanalino di coda dell'Europa?), ma perché la politica industriale del Paese ha scelto consapevolmente di non investire su di loro come operatori di una economia avanzata.

Il viceministro del welfare fa parte di un Governo in grado di promulgare norme ulteriormente restrittive sull’accesso all’università e alla professione, ma anche di decidere di mettere a frutto quest'enorme bacino di competenze attualmente sottoutilizzato. In fin dei conti fino a pochi anni fa le facoltà di architettura e ingegneria garantivano alti tassi di occupazione ai loro laureati, e noi il nostro dovere l’abbiamo fatto, dal test di ammissione al superamento di tutti gli esami fino all’esame di stato.

Infine, una piccola nota a margine della riforma del lavoro: è un testo poco coraggioso e molto confuso, su cui sarà difficile pronunciarsi fino alla sua stesura definitiva. Il problema non è tanto il danno potenziale che il contrasto alle “false” partite iva potrebbe arrecare a quelle “vere”; il problema è il danno certo subito da coloro che figurano come liberi professionisti ma svolgono mansioni da dipendenti o collaboratori a progetto, senza che questo venga loro riconosciuto.

L'enorme dibattito sulla flessibilità buona e cattiva e la monotonia del posto fisso non è servito a capire che il principale problema della precarietà all'italiana è che si sono usati i contratti atipici per avere dipendenti a metà prezzo. Dipendenti e subordinati, non dinamici collaboratori a progetto e libere partite iva.














12 commenti:

  1. Che dire ? Decisamente ben scritto; compliments !

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  2. spero che Mertone o chi per lui possa leggere la risposta di Iva che esprime in modo chiaro ed esauriente i concetti sin qua esposti da molti di noi.
    che dire, i margini di manovra mi sembrano ormai ridotti ma proviamo a far sentire la nostra voce.

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  3. Io, invece, sono TOTALMENTE D'ACCORDO col vice-ministro. E lo dico perche' ho visto la trasmissione e conosco il mondo degli ordinistici che, nonostante l'Italia attuale, riescono un po' alla volta, ad affermarsi nel loro campo, e a valorizzare la loro p.iva.

    Dico: se l'ordinistico vuole un 'aiutino' dalla Legge per ricondurre il proprio stato di 'sfruttato' al rango di subordinato, basta che si CANCELLI dall'Ordine (come, tra l'altro, dichiara di aver fatto anche il vice-ministro Martone grazie alla Legge Professionale degli avvocati, che chiarisce in modo inequivoco la questione una volta per tutte: la facessero anche gli altri Ordini!) e potra' tranquillamente ricondursi al lavoro SUBORDINATO con la sua attivita' NON ordinistica. E 'subordinato' e' chi subisce: imposizione oraria, obblighi, compiti ripetitivi, mancanza di contrattazione del compenso, etc. Ce ne sarebbe abbastanza per andare contro alla deontologia ed essere ESPULSI da un qualunque Ordine 'serio'...

    Altrimenti, faccia pure i conti con il MERCATO, che definisce, mediante le leggi della domanda e dell'offerta, i rispettivi onorari (e gli oneri...) delle varie libere professioni.
    Se uno non riesce ad ottenere dalla libera professione i risultati che si aspetta, allora E' GIUSTO che si riconduca alla condizione di subordinato SENZA danneggiare chi, nonostante tutte le difficolta' che questo comporta, fa la scelta della libera professione E RIESCE ad ottenere i risultati sperati. Ovviamente, so che non e' vero per tutte le professioni, ma la MERITOCRAZIA deve avere un suo libero sfogo e se decidiamo che per tutelare una MINORANZA (le finte p.iva sono non piu' del 15% delle p.iva, fonte CGIL) mettiamo in crisi chi invece fa della libera professione uno strumento per contrattare liberamente il proprio compenso e le modalita' del proprio lavoro, allora NON CI SIAMO PROPRIO!

    Sinceramente, sono stanco, in questa ItaGlia, di tutte queste 'vittime del sistema', che hanno bisogno di leggi ad hoc per risollevarsi dalla loro condizione di 'oppressi' e 'danneggiati': probabilmente, qualcuno subisce realmente le vessazioni del suo committente(/datore di lavoro), ma, dice anche Martone, l'articolo 9 del DDL e' pensato tutelare chi e' in reale condizione di non poter scegliere, quindi per le commesse e i camerieri con p.iva, non certo per tutelare chi le tutele se le deve creare con la propria carriera, con la propria creativita' e le proprie risorse, e ha tutti gli strumenti per farlo. Se poi uno non ci riesce:
    - si CANCELLI dall'Albo
    - si faccia assumere da chi, ancora, assume
    - faccia un altro lavoro (ovvero, faccia lo stesso lavoro per il quale ritiene di essere sottopagato)
    - cambi Paese

    MA, ribadisco, non rompa i c.... a chi, invece, riesce ad affermarsi PROPRIO grazie alla libera professione, nonostante la mono-committenza e i criteri, molto stringenti, dell'Art. 9.

    Grazie.

    PS Purtroppo, sono riusciti a mettere i 'poveri' contro i 'poveri', ma di fronte al danno che noi p.iva ordinistiche 'genuine' e 'contente di esserlo' stiamo per subire, mi sento, ancora una volta di gridare 'si salvi chi puo'.

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  4. Per me Martone ha ragione su entrambi i punti, ma in particolare sul secondo. Non c'e' lavoro, se ci fosse le fatture sarebbero sensibilmente piu' alte e a quel punto l'ossessione di diventare dipendenti sparirebbe magicamente.
    E' confortante vedere che al governo c'e' qualcuno che ha una visione lucida della realta'.

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  5. Sarà che non c'è lavoro, ma nello studio dove collaboro ne siamo saturi, tanto che difficilmente si scende sotto le 9 ore e mezza al giorno.Non è solo una questione economica, ma proprio di diritti:
    ne approfittavano spinti da meri interessi economici.
    Il confronto va fatto tra falda partita IVA e dipendente:
    - retribuzione: nel caso di un dipendente in uno studio professionale vi sono dei contratti nazionali da rispettare per legge similmente a quanto nel settore metalmeccanico, con livelli di retribuzione e un minimo garantito ( che di fatto non va sotto i 1150 netti al mese; se non erro sono poi ben 14 mensilità ); nel caso di una falsa P.IVA è già tanto se porti a casa 12 mensilità da 1000-1100 euro netti;
    - orari: il contratto nazionale fissa anche gli orari, mentre una falsa P.IVA ha un’orario d’ingresso in ufficio fissato, ma non sa alla sera quando stacca;
    - permessi: un dipendente dispone di diritto di un certo numero di ore al mese di permesso; una falsa P.IVA deve chiedere il permesso, a mò di elemosina, e di ciò deve poi essere grato al titolare prostrandosi ancor di più.
    - ferie: ad un dipendente il riposo per ferie spetta di diritto; alla falsa P. IVA non aspetta nulla; anzi il titolare ha tutto l’interesse ad andare in ferie lui e lasciare la falsa P.IVA in ufficio a soddisfare le commesse.
    - malattia: nel caso di un dipendente è pagata ed hai un’assicurazione sulla salute; nel caso di una falsa P.IVA son fatti tuoi; puoi anche farti l’assicurazione per conto tuo sulla salute, ma allora è un’altra mensilità di lavoro che se ne và. L’unica volta in 5 anni che mi sono ammalato 2 giorni, il mio medico mi ha chiesto se avevo bisogno del certificato per il datore di lavoro; alla mia risposta negativa, in quanto “dipendente con P.IVA”, la sua risposta è stata: “ allora puoi anche morire “

    INSOMMA IL TITOLARE E' SPINTO DA MOTIVAZIONE SEMPLICEMENTE ECONOMICA

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    1. Guarda che dire "non c'è lavoro" non significa dire che la gente non lavora, ma che c'è compressione sui costi (e quindi sui redditi dei professionisti/dipendenti).
      Altrimenti non come vi spiegate che ci sono tanti liberi professionisti che non hanno le ferie, i permessi, le malattie pagate, lavorano 12 ore al giorno, etc, ma sono perfettamente contenti di quello che fanno?
      Semplice: prendono più soldi.
      Il punto è solo quello, il resto sono conseguenze o dettagli.

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    2. Egr. Anonimo (magari se nel messaggio usi un nickname diverso capisco con quale Anonimo sto parlando...), secondo me il punto è proprio quello: "prendono più soldi". Nella mia non brevissima vita lavorativa ho visto periodi "d'oro" in cui ero pagato 16 euro l'ora e, lavorando giorno e notte, alla fine del mese mettevo da parte quei 2000-2500 € (sempre lordi, che te lo dico a fare?) che mi consentivano di avere un orizzonte un po' più lungo della scadenza del prossimo mese di affitto di casa e di coprire eventuali "buchi" tra un lavoro e l'altro.
      A proposito di "conseguenze e dettagli":
      ci rendiamo conto che una persona nelle nostre condizioni è un futuro costo sociale per il Meraviglioso Paese in cui vive Martone? Per quanto mi riguarda, ai ritmi attuali non avrò mai una pensione da Inarcassa, pur pagando regolarmente i contributi, quindi tra una ventina di anni (se camperò tanto) sarò un altro vecchietto con la pensione sociale a carico dello stato. Non avrò mezzi per fare fronte ad eventuali malattie, da qualche anno mi concedo la "botta di vita" di andare dal dentista solo quando gli antinfiammatori non mi fanno più effetto.
      Un giorno mi sento rinfacciare che noi "vecchi" non lasciamo spazio ai giovani, il giorno dopo ci spostano l'età pensionabile di qualche anno, e nel frattempo, finché i figli non avranno l'età per andare a lavorare precari come noi (a meno che non vogliamo depenalizzare da subito il lavoro minorile) qualcuno deve tirare il carretto avanti.
      Forse è un sogno da welfare scandinavo, ma se avessimo qualche mezzo in più e potessimo badare un po' più ai nostri figli in futuro ci troveremmo con meno adolescenti problematici.
      Noi cominciamo ad avere seri problemi a pagare l'affitto di casa (AAA cerco camper usato con 4 posti letto, anche non marciante) e l'intero stipendio della mia compagna se lo pappa mensilmente il padrone di casa.
      Ti assicuro che non sto esagerando nemmeno un po', sono le nostre reali condizioni di vita.
      Di quale libera professione stiamo parlando? Qui non si tratta di libero mercato: è semplicemente una situazione di sciacallaggio sociale (mi verrebbe da dire "di classe", ma poi qualcuno mi darà del veterocomunista) di chi è in condizione di avere degli incarichi ai danni di chi non ne ha, punto. O forse crediamo che Martone, se fosse nato a Scampia, oggi sarebbe dove si trova solo grazie alla sua capacità e intraprendenza? Tu credi che non sarei contento di avere il mio piccolo ma onesto studio di architetto e magari di poter creare posti di lavoro? E dato che non sono nato ricco, come potrei fare ad aprire uno studio finché quello che guadagno in un anno (quando lavoro) non mi basta neanche a comprare il più scemo dei software?
      Purtroppo non è così semplice, e non dipende solo dalle mie capacità o incapacità, anzi mi è capitato di lavorare per architetti che, a parte rastrellare incarichi in modo più o meno trasparente, dal punto di vista professionale erano un disastro, però potevano permettersi di frequentare gli ambienti "giusti".
      Io non sono iscritto a nessun partito, non ho amici politici, banchieri, militari, vaticani, mafiosi (anzi sono un terrone emigrato a Roma proprio perché "giù" c'è la mafia), non ho neanche soldi per pagare mazzette, quindi finora i miei onesti tentativi di fare il libero professionista sono andati a farsi benedire.
      Attenzione ai "dettagli", sono più importanti di quello che pensi.

      P.s.: Marco, ma a LA7 non potevi attaccarti un cartello con l'indirizzo del blog, come fa Marco Pannella?
      AUTOCADaver

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    3. grande autocadaver, bellissimo post, hai descritto molto bene la situazione di tanti di noi.

      rispondo anche io ad anonimo: è vero che non c'è lavoro, ma un viceministro del welfare non può dirmi: "eh, sì, è un settore saturo - traduzione: morite pure di fame"....

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    4. purtroppo concordo in pieno, anche la mi situazione è analoga e alle volte mi chiedo dove ho sbagliato per trovarmi in una situazione simile ma non riesco per quanto mi sforzi a darmi una risposta: forse perchè non c'è una risposta o forse perchè la risposta è di essere nato in Italia ma non ne ho colpa alcuna.

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  6. aggiungo un'amara riflessione: in una commessa edile, si prevede che tutte le figure coinvolte (muratori, carpentieri, camionisti delle betoniere, etc...) vivano, tranne gli architetti.

    di sicuro per questo dobbiamo dire un bel grazie all'ordine, preposto a vigilare sugli abusi ma intento, negli ultimi 10 anni almeno, a dormire della grossa.

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  7. Rileggendo il mio post mi sono reso conto che forse sono stato un po' aggressivo nei confronti del povero Anonimo: non ce l'avevo contro di lui, ma la situazione è veramente seria, e non si tratta di fare il professionista libero e bello con il capello al vento.Sinceramente, se guadagnassimo come i professionisti "perfettamente contenti di quello che fanno" di cui parla l'Anonimo, questo blog non avrebbe motivo di esistere, io sarei felice di avere un fatturato pari alla retribuzione lorda di un metalmeccanico, anche con la porca partita iva, e potrei vivere quasi decentemente. Nei fatti, al netto di qualche anno passato nelle università, quello che tutti noi siamo costretti a fare negli studi è abbastanza simile a quello che fa un operaio; quanti sono i "donatori di lavoro" capaci di tirare una linea con autocad? I titolari hanno bisogno di noi anche per scrivere una lettera col PC, il 99% pensa che il computer lavori da solo perché non ha idea di come funziona e sta dietro la nostra schiena sbuffando "ma quanto ci vuole per finire?". Come diceva Marco a LA7, non esiste nessuno spazio per la "crescita professionale" lì dentro, sei sfruttato fin quando fa comodo al Grande Collega e non diventi troppo autosufficiente, vieni accuratamente tenuto fuori dalle dinamiche vere della progettazione mettendoti a parte soltanto del minimo indispensabile come uno che per tutta la vita monta sportelli della Punto ma non ne vede mai una completa uscire dalle proprie mani, dopodiché ti rimettono per strada in mutande e ricominci da capo. La maggior parte dei titolari di studio è gente che vuole "fare nozze coi fichi secchi", come si dice a Roma, e questa credo che sia la verità di fondo che Martone, Freyrie e tutti gli altri tentano di censurare.
    D'altra parte, se c'è gente (guarda un po', un libero imprenditore padano) che assalta gli uffici delle entrate col fucile a pompa perché ormai neanche suicidarsi con la benzina fa più notizia, evidentemente le magnifiche forze del libero mercato non sono così neutrali, e non è questione di libera concorrenza. (AAA cercasi Kalashnikov, anche usato. Telefonare a orari strani perché a quelli normali non ci siamo mai)

    Qualunquemente e prolissamente vostro
    AUTOCADaver

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  8. Il ministro Martone, sia come autorevole rappresentante del governo in carica sia probabilmente nelle sue convinzioni personali, è portatore di una visione del mondo (la vogliamo chiamare "ideologia"?) per la quale gli "animal spirits" dei benefattori che vogliano fare impresa vanno liberati dai famosi "lacci e lacciuoli" che vengono loro imposti, tra i quali ricadono anche le tutele dei lavoratori; questo a maggior ragione in un periodo di profonda crisi, in cui si è autorizzati a porsi la domanda "ma che lavoro tuteliamo se non c'è lavoro?". Allora meglio poco lavoro, maledetto e subito, fosse anche precario o atipico, piuttosto che avere tanta gente a casa anche a causa di una eccessiva rigidità in ingresso e in uscita. Viva chi investe, specie se lo fa su sé stesso, che imprende, che rischia, che si adatta e che reagisce. Abbasso chi si oppone, abbasso chi arranca; chi arranca ad arrivare a fine mese e chi arranca ad interpretare con convinzione il felice imprenditore di se stesso.
    Questa visione del mondo fa leva sull'emergenza e sull'eccezionalità del momento; peccato che è dalla fine del boom economico che si parla di crisi ed è da almeno dieci-quindici anni che si è iniziati a tagliare sistematicamente rami secchi, lacci e lacciuoli, dai servizi alla scuola alla previdenza al costo del lavoro alla flessi-precarietà alla disdetta dai contratti nazionali. Dopo tutto questo tempo è possibile fare un bilancio dei risultati, che sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: il dato degli anni scorsi sulla bassa disoccupazione è stato drogato dalla facilità di ricorrere al lavoro precario e atipico, e di fatti appena la crisi ha falcidiato i lavoratori più “volatili” la disoccupazione è tornata a schizzare verso l’alto, con tassi spaventosi tra i giovani; l’aumento dell’età pensionabile ha bloccato il turn-over e ridotto ulteriormente la possibilità di impiego per i giovani; la contrazione delle retribuzioni (in molti casi nessuna retribuzione) ha paralizzato la spesa delle famiglie, innestando una spirale recessiva che ha contribuito alla distruzione di posti di lavoro e di ricchezza. Oggi come oggi conviene possedere una casa, nonostante l’IMU, più che lavorare.
    Gli inviti a stringere ulteriormente la cinghia vengono dalla stessa nazione che oggi vive momenti di relativa tranquillità economica, proprio perché ha un sistema di tutele e di retribuzioni per i lavoratori che viene considerato eccessivamente dispendioso per tutti gli altri, compresi noi italiani, che possiamo soltanto invidiarlo. Noi cicale mediterranee nei decenni scorsi abbiamo sicuramente speso oltre le nostre possibilità, tra spesa pensionistica, welfare e sprechi; ma la strategia dei tagli adottata e la pretesa di fare concorrenza per retribuzioni nette ad altre nazioni meno sviluppate nella nostra hanno prodotto solo una strisciante recessione che oggi è esplosa e ci impedisce di reagire alla crisi con efficacia pari a quella delle nazioni europee alle quali dovremmo invece ispirarci.
    Quindi usciamo dalla visione distorta dell'emergenza (e del suo rovescio ideologico della medaglia, l'eccellenza) e cerchiamo un po’ di normalità.
    Normalità sarebbe che si chiamassero le cose col proprio nome: dipendente il lavoro dipendente, autonomo quello autonomo. Normalità sarebbe che il lavoro non sia una concessione ottenuta attraverso percorsi obliquamente kafkiani, ma un diritto, come sancito dalla costituzione, tanto più se corroborato da competenza, impegno e sacrificio. Normalità sarebbero retribuzioni non da nababbi, ma allineate al costo della vita, all’esperienza e al tasso di scolarizzazione; retribuzioni con cui magari concedersi ogni tanto un viaggio, una pizza, un cinema. Normalità sarebbe non dover lottare per esigere il rispetto di diritti elementari.

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