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mercoledì 8 agosto 2012

Medici a Partita Iva

A volte lavora 24 ore consecutive senza riposarne altrettante, deve essere reperibile nelle ore notturne e in media lavora per 55-60 ore settimanali senza orari prestabiliti. Non ha ferie pagate, né tantomeno gli vengono riconosciuti i giorni di malattia, segna ogni giorno le sue ore di lavoro su un foglio in bianco intestato a nessuno. Vi chiediamo: chi è che sarebbe disposto a lavorare a queste condizioni?

Kunta Kinte 1750 in Virginia!

Risposta sbagliata


Un medico professionista 2012 in Italia!

Amara ironia è quella che ci suggerisce un nostro utente del blog e che vogliamo riportare non tanto per un compiaciuto vittimismo, ma per sottolineare come il problema emerso dalle pagine di Iva Sei Partita raccolga una variegato panorama di professioni e lavoratori.

Le professioni mediche stanno subendo al pari di altre un depauperamento del loro valore sociale e civile, e noi stiamo lasciando che la cosa passi sotto i tagli “inevitabili” al sistema sanitario per buona pace di tutti.  L’uso della Finta Partita Iva viene, già da tempo, utilizzato nel sistema delle strutture sanitarie accreditate dallo Stato chiudendo un occhio, a volte due, sulle condizioni di medici e infermieri che lavorano come finti liberi professionisti ad ora o, in alcuni casi, a numero di visite.

Un’altra testimonianza ci racconta che molti medici vengono pagati a cottimo, 20€ per visita, e che per fare “giornata” il medico è costretto a fare una media di 15 visite al giorno con una media di 30 minuti ognuna. Ritmi serrati, polli da batteria, se rallenti sei fuori.  

Anche in questo caso gli Ordini professionali non sembrano prendersi la briga di far rispettare le norme deontologiche, ma piuttosto si preoccupano, come ha fatto l’Ordine di Roma in un comunicato del 1° agosto, di esprimere la propria contrarietà al DL sulla spending review che, nella sua bozza iniziale, prevedeva l’obbligo per il medico di indicare esclusivamente il principio attivo e non il nome “griffato” del farmaco.  

In quel caso la cura della salute del paziente e la sua sicurezza sono saltate all’attenzione pubblica. Farmaindustria ha paventato la perdita di 15mila posti di lavoro e il rischio gravissimo per la salute del cittadino è, come sappiamo, rientrato. Non si ritiene invece che il cittadino rischi la salute quando a curarlo è chi vive nell'assenza totale di diritti, dovendo rinunciare al riposo dopo turni massacranti, perchè comunque reperibile. Paradossi Italici.

Come è paradossale che la generazione dei 30/45 anni, quella dei “saranno famosi” sia di colpo divenuta la generazione “perduta”  rappresentando però, come sottolinea IreneTinagli in questo articolo, la metà della forza lavoro del Paese. Siamo tredici milioni e l’etichetta di perduti ci va proprio stretta!

12 commenti:

  1. 13 milioni mi sembra un numero sufficiente di persone per poter fare un po di casino e attirare l'attenzione dei nostri politicanti di turno facendo loro capire che siamo anche cittadini votanti! una manifestazione che raccolga una rappresentanza nutrita di questi 13 milioni sarebbe proprio una bella iniziativa! altro che autunno caldo della Fornero.

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  2. Non capisco: perchè sarebbero "finte partite iva"?
    Sono partite iva vere, pagate a prestazione.
    Se non vanno bene le condizioni del committente, vai da un altro.
    Se non ce n'è un altro, apri uno studio, chi te lo impedisce?
    Se si cercano garanzie di un certo tipo si va a fare gli impiegati, non i medici.
    Non è che possiamo diventare tutti dipendenti perchè qualcuno vuole le garanzie del dipendente...

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    1. Sono assolutamente d'accordo con Anonimo.

      Qui si vuole confondere il mezzo con il fine: il mezzo, la p.iva, ha senso solo quando, facendo le opportune valutazioni, conviene, sia per il tipo di mercato in cui si decide di entrare, sia per la tipologia di 'offerta' che si propone (in termini di preparazione, curriculum, etc.).

      Invece qui si parla spesso di imporre secondo strumenti di legge, obblighi per convertire forzosamente rapporti di lavoro, per sanare situazioni che per la natura di certi particolari mercati non si possono sanare.
      Con la spiacevole conseguenza di:
      1) mettere a rischio rapporti genuini, ancorche' rientranti nei parametri di presunzione
      2) distorcere il mercato, col rischio di portare verso il 'nero' quello che non sara' piu' possibile per le aziende e i committenti attuare in un regime che per la particolare natura del lavoro professionale, non e' di dipendenza (orari fissi, subordinazione disciplinare, rapporto di esclusiva,etc.).

      Casomai, quando e' necessario, bisogna sanare le situazioni di abuso, ma lo si e' sempre fatto senza leggi particolari, semplicemente usando il Cod. Civile e denunciando il committente. E mi riferisco ai muratori e alle cassiere in p.iva per far risparmiare i contributi al 'padrone'. MA quando parliamo di 'professionisti', beh, mi sembra che un certo grado di "liberta' di impresa" debba essere lasciato a chi cerca di farsi strada da solo...
      Casomai, e qui propongo una provocazione, bisognerebbe che l'iscrizione ad un Ordine professionale fosse incompatibile col lavoro dipendente (come e' per avvocati e notai), e in questo modo, almeno sulla carta, si risolverebbe l'equivoco, creando nel tempo, 'mercati' differenti e differenti trattamenti economici.

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    2. Forse non era sufficientemente chiaro dal post, forse non si vuole capire: la situazione che descriviamo è quella che ci ha riportato un lettore, costretto a svolgere determinati orari + la reperibilità presso una clinica convenzionata, venendo pagato a partita iva. All'inizio del post viene anche detto che nel caso di cui parliamo il medico segna le proprie ore lavorative su un foglio. Tutto ciò è sicuramente incompatibile con l'indipendenza tipica di una partita iva: se io per contratto devo lavorare 40 ore a settimana, più 20 di reperibilità, evidentemente non ho libertà nè indipendenza. Altri lettori ci hanno riportato la loro esperienza di "stipendiati a visita", e non possono decidere il prezzo della loro prestazione. Completamente diverso è il caso di chi lavora realmente in proprio: decide i suoi orari, il prezzo della sua prestazione, il modo in cui svolgerla. La sede in cui denunciare queste storture è sicuramente il tribunale. Ma il fatto che molte persone fatichino a capire o ritenere plausibile che esiste anche questo mondo ci fa ritenere necessario pubblicare testimonianze del genere.

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    3. Io sono una fisioterapista a partita iva. L'orario viene stabilito dal mio dirigente che, a seconda della necessità può farmi lavorare due ore o dieci. Vengo retribuita in base alle prestazioni effettuate (faccio una diatermia o un trattamento di terapia manuale percepisco sempre 15 euro). Spesso gli orari cambiano all'ultimo momento. Per i trattamento domiciliari non viene conteggiato il tempo di spostamento, a volte superiore ai 20 minuti...
      Dov'è la libertà professione?

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    4. Ecco dov'è? Vogliamo chiederlo al Ministro Fornero? che ha predisposto una Riforma del Lavoro che non tutela i veri autonomi (che rimangono senza obbligo di contrattazione scritta e con la nullità delle tariffe minime), penalizza i contratti a tempo determinato come forma "flessibile" di lavoro tutelato?

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  3. No, siete voi che non volete capire. E' una questione di scelta. Chi prende la partita iva e non è obbligato (e i medici non lo sono) sa già che non potrà avere certe garanzie. Loro sono liberi di scegliere, sul serio, al contrario dell'operatore del call centere a partita iva (quelli si che sono false).
    Se tu firmi un contratto di collaborazione per cui offri la tua prestazione per 40 ore a settimana + 20 di reperibilità, qual'è il problema? Per legge i contratti devono essere scritti in italiano, quindi sono comprensibili. Non capisco chi firma un contratto e poi si lamenta del contratto che ha firmato. Quando poi fa comodo, perchè l'opzione (percorribilissima) è sempre quella di aprirsi uno studio privato.
    Stiamo poi parlando di compensi non bassi:
    20 euro a visita * 15 = 300 euro al giorno
    Che sono 6000 euro al mese, che sono circa 3500 euro netti (i medici con partita iva pagano circa il 20% in meno la previdenza riepstto ai medici dipendenti).
    Quindi qui state difendendo professionisti che si intascano 3.500 euro netti al mese.
    Ma di che stiamo parlando???????

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  4. Anche io sono un medico che lavora in una clinica a partita IVA. Mi trovo nella stessa condizione del collega.
    I contratti di collaborazione troppo spesso non prevedono l'orario minimo né massimo, non prevedono la retribuzione, né le modalità della stessa; ciò perché nello stesso contratto si scrive che le modalità e retribuzione vengono "concordate" tra le parti. Questo passaggio di fatto non si realizza, perché è il datore di lavoro che ti fa l'offerta, non negoziabile.
    Perché decidiamo di firmare il contratto, benché inutile e approssimativo? perché altrimenti non si lavora e si resta a chiedere i soldini a mamma e papà. Nel pubblico ci lavora la generazione dei nostri genitori, caratterizzata dalla gerontocrazia, e di concorsi se ne fanno pochi, con pochi posti a ogni concorso, escluse determinate specializzazioni sempre richieste.
    Libero professionista è una bugia, doppia per giunta: non sei libero, perché non puoi gestire il tuo tempo né la tua vita extra-lavorativa (per inciso, spesso non ho tempo di fare la spesa o di pagare le bollette), e non sei un professionista perché ti trattano come un subordinato della specie più infima (ribadisco il concetto: ti dicono "o accetti questo o non ti faccio lavorare").
    Il problema è che nessuno vuole cambiarle, queste cose, e i colleghi hanno paura, perché alcuni di loro hanno deciso di costruire una famiglia, dipendendo da questa più che precaria condizione.
    Per concludere, mi faccio i conti in tasca: non so gli altri colleghi, ma io guadagno 3000 euro LORDI al mese. E lavoro 60 ore PIU' tutte le ore che si resta perché c'è sempre da fare qualcosa.
    Personalmente mi interessano poco i soldi, preferisco avere tempo libero per coltivare i miei interessi.
    Un ultimo spunto per farvi riflettere: fareste operare vostro padre o vostra madre da chirurghi che non si riposano? meditateci.

    PS: l'iscrizione all'ordine dei medici è indispensabile per svolgere il mio mestiere in tutta Italia, a prescindere dal regime lavorativo.

    PPS: la "percorribilissima" opzione di aprire uno studio privato è un privilegio di chi ha una specializzazione clinica, i chirurghi dipenderanno sempre da una sala operatoria. E chi porterebbe a visita privata il proprio padre da un neo-specialista? A me piacerebbe, ma in Italia, scusate la ripetitività, regna la gerontocrazia, e i professoroni prossimi alla pensione non sognano lontanamente di introdurre giovani meritevoli.

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  5. Non sono un medico ma un architetto. Quello che in questo momento storico sta rendendo sempre più convergenti destini di medici, architetti, ingegneri, avvocati è la perdita di capacità contrattuale nel mercato del lavoro. Il lavoro scarseggia? E allora si va a tagliare laddove il lavoro era tutelato da contratti nazionali che oltre a tener conto di un minimo salariale prevedevano e prevedono il pagamento a carico del datore, di assicurazione, contributi, malattia, maternità etc etc. Ad alcuni tutto questo può sembrare semplicemente anacronistico, reminiscenza di un’epoca in cui si iniziava a creare tanto debito e poco sviluppo. Epoca in cui la burocrazia statale regnava incontrastata sulla libertà imprenditoriale del singolo. Ad alcuni l’apertura della partita IVA (seppur molto spesso indotta!) rappresenta la conquista di uno spazio di libertà, di libera concorrenza, di libera impresa. Rappresenta l’antidoto. Niente di più falso. E’ solo il sintomo di una decadenza, di uno sfruttamento. Guardatevi intorno, in Francia e Germania si guardano bene dal confondere l’iniziativa libera da quella dipendente. Esistono entrambe ed entrambe hanno pregi e difetti. Al giovane laureato la scelta di intraprendere l’una o l’altra carriera. Ripeto: la scelta, LIBERA!

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  6. Fin quando ci sarà gente come l'anonimo che crede che l'apertura della partita iva in Italia sia una SCELTA VOLUTA da chi la apre e non da chi ti impone di farlo per lavorare come subordinato l'Italia è costretta solo a fallire, e io, sinceramente, non vedo l'ora che accada.
    Forse cos'ì veramente ci renderemo conto di quanto è catastrofica la situazione di quelli nati dal '75 in poi (tranne per i figli di papà).

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    1. Non rendersi conto delle costrizioni cui siamo sottoposti per lavorare, non vedendoci riconosciute né libertà né dignità, mostra quanto si sia poco onvestito sulla coscienza e consapevolezza di "noi giovani" che magari giovanissimi non siamo. Ci hanno fatto credere che tutto andasse bene, e che quando fossimo entrati nel mercato del lavoro avremmo trovato sicuramente l'impiego che meglio si adattava a noi, e ci avrebbe resi felici e produttivi; invece, sottobanco hanno continuato a speculare e reso il mondo del lavoro una bolgia infernale, in cui se sei fortunato o raccomandato (a tutti i livelli e a prescindere dal titolo di studio) puoi permetterti di aspirare a qualcosa di più che vivere per lavorare.
      Dovremmo essere coesi, tutti noi finti liberi professionisti di tutti gli ordini, anziché ribeccarci l'un altro.
      Immaginate cosa succederebbe se tutti organizzassimo uno sciopero, contemporaneamente: magari qualcuno si accorgerebbe di noi e ci starebbe a sentire!

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    2. Assolutamente d'accordo con te, che hai risposto al mio commento!
      Si dovrebbe bloccare l'Italia intera per un mese e vediamo se si rendono conto di dove stiamo andando.
      Stiamo arrivando al punto in cui la vita è fatta esclusivamente di lavoro, se questo è il mondo che volgiamo lasciare ai nostri posteri.

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