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venerdì 25 gennaio 2013

Dalla bottega al coworking


Oggi inauguriamo una serie di post che avrà per tema le nuove forme di organizzazione del lavoro che stanno nascendo in Italia (e anche all’estero): cooperative, associazioni, coworking. Lo scopo è quello di capire come, al di là di quello che promettono le istituzioni, le persone si stiano organizzando per trovare forme nuove di aggregazione tra professionisti, diverse da quelle tradizionali, fortemente gerarchizzate e spesso caoticamente organizzate. Forme che abbandonino la logica esclusiva della competizione per quella della cooperazione e della condivisione.

La prima esperienza che racconteremo è in questo senso esemplare: si tratta di Lab 121.
Abbiamo conosciuto Lab 121 durante le due giornate Co.co.wo organizzate al Teatro Valle di Roma a cui erano state invitate numerose realtà di coworking sparse in tutta Italia. L’esperienza di Lab 121 ci ha colpito perché nel loro caso la condivisione di uno spazio di lavoro fra professionalità diverse (quello a cui normalmente tutti pensiamo quando diciamo “coworking”) era il punto di approdo, e non di partenza di un percorso di riflessione collettivo sul lavoro.


Lab 121 nasce infatti come Associazione senza scopo di lucro nel 2010 ad Alessandria. I soci fondatori sono 3 donne e 2 uomini, under 40, sia liberi professionisti che dipendenti.
Lo scopo è quello di organizzare una comunità di lavoratori (freelance, professionisti, lavoratori dipendenti che vogliono affiancare alla propria carriera una nuova o cambiare lavoro, artigiani) che attraverso il baratto delle conoscenze, la formazione su temi fiscali e normativi, la promozione dell’innovazione, inizi a far dialogare le diverse professionalità e a creare nuove opportunità per tutti. La filosofia di fondo è quella di rompere l’isolamento tipico del lavoratore autonomo italiano, che si pone sul mercato in concorrenza con tutti gli altri serbando gelosamente le proprie competenze e i propri clienti, e far passare invece l’idea che la condivisione possa aiutare a collocarsi sul mercato costruendo reti di contatti e relazioni umane.

Per il primo anno l’associazione vaga per i bar e le piazze di Alessandria senza una fissa dimora: riunioni in spazi improvvisati, tipo quelle di Iva!
Poi dopo alcuni mesi la Regione promuove un bando per la creazione di coworking. Lab 121 decide di partecipare, chiedendo al Comune di Alessandria di fare da partner: se vincono, il Comune darà in comodato d’uso gratuito uno spazio presso un complesso di edilizia residenziale popolare. Il bando viene vinto, e nel 2011 quindi viene inaugurato il coworking.

Oggi Lab 121 è una realtà consolidata sul territorio. Nel 2011 contava 150 soci. Oggi i soci sono 350, i settori lavorativi un centinaio, dall’imbianchino all’architetto, fino all’assistente sociale, con una prevalenza di grafici e creativi della comunicazione; l’età media è 40 anni; il genere, equamente distribuito tra uomini e donne
La tessera annuale di 30 € dà diritto a utilizzare gli spazi del coworking per incontrare gli altri soci e a partecipare alle  iniziative di formazione che organizza l’associazione. Per utilizzare gli spazi di lavoro, invece, l’offerta è estremamente flessibile, dall’affitto della postazione a tempo pieno a quella solo in determinati giorni o orari. Anche il pagamento è flessibile: si può effettuare in denaro o prestando servizi al coworking (formazione, portierato, etc.). Inoltre, trattandosi di un’associazione, i soci partecipano alla sua vita democratica, si auto organizzano e promuovo iniziative utilizzando gli spazi dati in gestione.

A nostro avviso, però, l’aspetto più interessante di questa storia è che l’aver creato una struttura di queste dimensioni permette di porsi rispetto al territorio come una realtà di riferimento, sia per le aziende che vogliono comprare servizi, sia per quelle che vogliono venderli: così le imprese iniziano a rivolgersi a Lab 121 per ricevere consulenze integrate, e i soci di Lab 121 possono rivolgersi ai fornitori come gruppi di acquisto per esempio per quanto riguarda la cancelleria, ma anche per polizze assicurative e contratti telefonici, oltre a stabilire convenzioni interne all’associazione.

Al di là del fare massa critica, delle occasioni di formazione e incontro, come si supera, però, nella realtà, la competizione fra professionalità o competenze coincidenti?

Attualmente il Consiglio direttivo in carica dell’associazione, quando Lab 121 ( e non il singolo lavoratore) riceve una richiesta di consulenza, si rivolge ai professionisti che posseggono un curriculum adatto a svolgerla; può capitare però che ci sia più di un consulente disponibile. In quel caso, il lavoro si divide. Non si fanno concorsi interni, ma si lavora insieme.

Tutto troppo idilliaco? 

Però funziona. Fa uscire i lavoratori autonomi dalle proprie case-studio a prezzi ragionevoli, ricrea la ricchezza e le opportunità di imparare di un ambiente di lavoro condiviso, ma senza gerarchie e senza logiche di prevaricazione.

E le istituzioni, come stanno reagendo?

Sonnecchiano. Manca ancora una legislazione che renda riconosciute a livello normativo realtà come quella di Lab 121, a metà tra il coworking e l’associazionismo. Gli ordini professionali sostanzialmente ignorano, anche se l’Ordine degli Architetti ha mostrato un certo interesse. Anche la Camera di Commercio non è rimasta indifferente. Tutto ciò, inoltre, è stato possibile grazie al partenariato con il comune di Alessandria.

E la città?

Alessandria è il primo comune d’Italia a essere stato commissariato per il suo bilancio “spericolato”. Una realtà di provincia molto piccola, dove è scarsa la promozione di una vita culturale. Lab 121 però ha messo in moto qualcosa: la città sta mostrando che, quando qualcuno lancia dei segnali, c’è una domanda che sul mercato non trova soddisfazione e che è pronta ad accoglierli.

Inoltre, è con le altre realtà di coworking e associazioni sul territorio italiano che Lab 121 sta intessendo rapporti proficui e reti che ampliano le conquiste di ognuno a tutti gli altri.

Con Open Studio, coworking di Padova, Lab 121 sta mettendo a punto le linee guida per stilare il primo bilancio sociale dei coworking : capire, cioè, quali sono le ricadute benefiche di un coworking sul territorio e come calcolarle. 

Un’esperienza, questa del bilancio sociale, per la quale stanno ora guardando all’Italia da diverse parti del mondo: un primato di cui andare orgogliosi specialmente se si pensa che è tutto nato dalla volontà di persone che hanno deciso di ripensare insieme il proprio modo di lavorare.

E, per restare in tema di coworking, venite a conoscere Iva il 1 febbraio alle 19 presso Combo Open Project, coworking di Firenze: parleremo anche di questi temi!





3 commenti:

  1. Queste forme di cooperative di lavoratori anche se di liberi professionisti sanno tanto di centri sociali.
    Posso capirne il fascino anarchico e liberatorio che possano esercitare ma per me sono più il frutto della misera condizione in cui sono cadute le libere professioni piuttosto che la via per uscirne.
    Cosa ben diversa è una una società di professionisti le cui competenze si integrano e fanno sinergia.

    Quello che mi preoccupa è che voi di IVA, dai vostri post, sembrate sempre più distratti da altri temi(quasi come se la possibilità di interloquire con istituzioni ed altre realtà vi stia appagando in se) allontanandovi dal perseguimento degli obbiettivi che vi hanno visto nascere:

    Tutelare e ridare dignità di professionisti a chi lavora negli studi tecnici.

    Eppure avrete anche voi notato il calo dei "mi piace" nei vostri post (rispetto ad i centinaia dei tempi della Lettera alla Fornero) e la quasi totale assenza di commenti.

    Spero di sbagliarmi.

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    1. Ciao anonimo,
      Iva è sempre stato, fin dall'inizio, uno spazio in cui, insieme alla denuncia dell'inerzia delle istituzioni e della follia delle norme, venivano portati avanti molti altri temi, letture e interviste. L'idea è quella di non essere unicamente dei censori, ma di raccontare anche esperienze positive e propositive.
      Le società fra professionisti di competenze diverse in Italia non possono essere fatte, per cui queste forme, per quanto informali (più che anarchiche) rappresentano un modo in cui la società cerca di organizzarsi al di là della lentezza delle istituzioni. Ne racconteremo altre, diverse nei modi e nei contenuti, e puoi tu stesso indicarci degli esempi.
      Nel frattempo, continuiamo a perseguire i nostri obbiettivi. Però non siamo una società di servizi: quando dici "voi" sembra che hai comprato una televisione che all'improvviso non funziona più come desideravi. Puoi partecipare attivamente a contribuire a perseguire quegli obbiettivi impegnandoti in prima persona. Iva è un contenitore dove molti possono mettere dei contenuti, e funziona solo se ci impegnamo in tanti.
      Mettere mi piace ci fa sentire nobili per un secondo, e poi tutto torna come prima.

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    2. Ciao Anonimo,
      trovo invece molto interessante questo post perchè oltre a fare critica credo sia importante avere sempre un approccio costruttivo e imparare dagli altri è sempre utile.
      Siamo una categoria che ama lamentarsi delle proprie "condizioni lavorative" e anche con un certo narcisismo, ma se non capiamo che dobbiamo diventare parte attiva del cambiamento le cose non cambieranno e i "mi piace" francamente credo non bastino.
      Quindi ben vengano post costruttivi come questo, che riportano esperienze vincenti di altri. Un caro saluto.

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