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giovedì 10 gennaio 2013

Previdenze impazzite/2


Prendetevi mezz'ora di tempo, armatevi di pazienza e tenete vicino il Valium. 
Abbiamo deciso di pubblicare un'intervista a Marco Alcaro, tra i fondatori dell'Associazione Amate l'Architettura, che attraverso il suo sito fu una delle prime realtà a sostenere e diffondere la nostra battaglia, e delegato Inarcassa.

Come sapete, infatti, è in vigore il nuovoregolamento della Cassa di Previdenza di Architetti e Ingegneri, la cui novità più importante per molti di noi è stato l'innalzamento del minimo contributivo da 2100 euro (circa) a 2995 euro. Tutto ciò è stato possibile perchè i delegati, democraticamente eletti da noi, hanno votato questa riforma.

Ma come funziona Inarcassa? Cosa prevede la riforma nel dettaglio? Si poteva fare meglio?

Come sempre, siamo convinti che il primo passo in ogni azione di protesta e proposta sia conoscere a fondo il problema: pertanto, vi invitiamo a leggere questo post, anche se un po' lungo e tecnico in alcune parti, ma estremamente interessante

Marco Alcaro ci ha fornito una sua visione della riforma e di Inarcassa in generale. Alcuni potranno non essere d'accordo o avere visioni diverse. Invitiamo pertanto gli altri delegati a scriverci fornendo le loro opinioni  e entrando nel merito delle questioni poste, con chiarezza e onestà intellettuale.

Per una più agevole lettura, puoi scaricare l'intervista o leggerla qui di seguito.


1. Inarcassa questa sconosciuta: ci puoi spiegare, in breve, come è strutturata e quali sono gli organi organizzativi e decisionali della Cassa Previdenziale architetti e ingegneri?

Inarcassa nasce nel 1958 come Ente pubblico per garantire la previdenza e l'assistenza a Ingegneri e Architetti liberi professionisti. Nel 1995 diventa privata crea un proprio Statuto e diventa di fatto autonoma, ma deve sottostare all’approvazione e al controllo dei Ministeri Vigilanti. Negli ultimi due anni l’autonomia è stata notevolmente ridotta dalle recenti disposizioni del Governo.

Gli Organi Collegiali di Inarcassa sono: Presidente, Vice Presidente, Consiglio di Amministrazione, Delegati Architetti e Ingegneri (riuniti nel Comitato Nazionale Delegati), Collegio dei Sindaci.


Il mandato dei delegati dura 5 anni. Attualmente non c’è un limite ai mandati: infatti molti delegati hanno alle spalle 20/30 anni di  incarico continuativo. Il CND (Comitato Nazionale dei Delegati) una volta eletto dagli iscritti, ha il compito di eleggere, tra i delegati, il Consiglio di Amministrazione che poi nomina Presidente e Vice Presidente. E’ inutile dire che tale sistema di nomina favorisce un certo clientelismo, male endemico dell’Italia.


I Delegati sono eletti dagli iscritti; ogni provincia italiana ha almeno un delegato architetto e un delegato ingegnere. I Delegati sono attualmente 228, sicuramente troppi considerato che alcune province hanno appena 20/30 iscritti. Si parla dall’inizio di questo mandato di ridurre il numero dei Delegati, ma si sa, in Italia, quando c’è da ridurre qualcosa, chissà perchè non ci si riesce mai.


Il compito del CND (una sorta di Parlamento) è quello di approvare i Regolamenti, lo Statuto, i bilanci e l’asset allocation.


Il compito del CDA (una sorta di governo) è quello amministrare Inarcassa: redigere i bilanci, investire il patrimonio, gestire gli immobili, approvare le iscrizioni, le pensioni, l’assistenza, recuperare i crediti, rispondere ai ricorsi, nominare i consulenti e gestire il rapporto con i fornitori. Il CDA si avvale di una struttura con 300 dipendenti, 1 Direttore Generale,  5 Direzioni su Amministrazione, Attività Istituzionali, Patrimonio, Personale e Sistemi Informativi, 1 Ufficio Studi e Ricerche.


La gestione del Patrimonio è un compito fondamentale per la vita di Inarcassa. Il CDA lo svolge in gran parte in maniera indiretta, attraverso società di gestione, e in piccola parte in maniera diretta.  Si tratta di gestire circa 6 miliardi di euro: una grande responsabilità dietro cui ci sono forti interessi sia da parte delle società di Gestione che di tutti i soggetti coinvolti.


Il compito del Presidente è quello di rappresentare Inarcassa in tutti i suoi ambiti istituzionali e tecnici, stabilire l’ordine del giorno dei CND e presiedere il CDA.  Sembra poco, ma in realtà non si muove foglia, in Inarcassa, che il presidente non voglia.


Il Collegio dei Sindaci è composto da 10 membri, in gran parte costituiti da esponenti dei Ministeri Vigilanti.


In questa mia esperienza di due anni e mezzo nel CND, ritengo che, troppo spesso, il nostro ruolo di Delegati sia ridotto a svolgere esclusivamente il compito di notai, senza poter incidere minimamente sulle politiche di Inarcassa. Il CDA e il Presidente hanno un potere, a mio avviso, troppo ampio che di fatto limita il ruolo del CND. Una riduzione del numero dei delegati aiuterebbe senza alcun dubbio a migliorare l’apporto che ogni delegato potrebbe dare alla Cassa.


In questi due anni e mezzo ho assistito alla totale assenza di un gran numero di delegati che non sono mai intervenuti, non hanno mai fatto proposte, non hanno mai reso note le proprie idee e hanno semplicemente partecipato ai CND in maniera totalmente passiva, se non nel momento della votazione.


2. Il nodo principale della Riforma Inarcassa, già approvata, prevede il passaggio dal sistema RETRIBUTIVO al sistema CONTRIBUTIVO, ovvero il passaggio da una contabilizzazione pensionistica fatta sugli ultimi anni di redditi percepiti a una contabilizzazione fatta sugli effettivi versamenti fatti alla Cassa Previdenziale nel corso della propria vita lavorativa. Sembrerebbe  un passaggio inevitabile per garantire la sostenibilità della Cassa per i prossimi 50anni, come richiesto dal Governo, ma la riforma è stata fatta tenendo conto che le nuove generazioni continueranno a pagare le pensioni del retributivo, ma in cambio riceveranno pensioni nettamente inferiori. In che modo è stata attuata una perequazione?

La risposta è stata data dallo stesso Ministro Fornero, autore della riforma a 50 anni. In un’intervista di Report, il giornalista chiedeva al Ministro: lei rinuncerebbe alla sua pensione che le spetta con il sistema retributivo, che non verrà toccato dalla riforma delle pensioni, per farsi calcolare la sua pensione con il sistema contributivo?


Secondo voi quale è stata la risposta?


La stessa che si sono dati i delegati “anziani” che hanno approvato una riforma inevitabile che però non li danneggia se non in minima parte, sicuri del fatto che ci saranno nuove generazioni che gli pagheranno la pensione. Infatti attualmente ogni pensione erogata da Inarcassa è pagata mediamente soltanto per il 40% dai contributi versati e per il restante 60% è pagata da tutti noi.

La tanto sbandierata “equità tra le generazioni”, non trova riscontro, a mio avviso, nella realtà dei fatti, al di là di pochi dettagli, come il riconoscimento della contribuzione piena ai fini contributivi ai giovani sotto i 35 anni che usufruiscono dell’agevolazione sui contributi minimi

Ad esempio:


- un iscritto di 35/40 anni di oggi, andrà in pensione non prima dei 70 anni e, a parità di contributi versati con un pensionato di oggi, avrà una pensione ridotta del 60%;


- un iscritto di 62 anni di oggi, potrà andare in pensione a 63 anni con una riduzione minima del 5,8 %.


La retrocessione del contributo integrativo in maniera differente rispetto all’anzianità contributiva    i coefficienti di trasformazione per “coorte” (ovvero per data di nascita e non anzianità contributiva) che influiscono nel calcolo della pensione, influiscono minimamente nell’effettiva pensione di un giovane rispetto a un anziano e non possono considerarsi, a mio avviso, una dimostrazione di equità tra generazioni.


In definitiva ritengo che questa riforma contenga una forte disparità di trattamento tra coloro che sono in pensione oggi o ci andranno nei prossimi 5 anni e coloro che andranno in pensione nei prossimi 25/30 anni.


3.  E’ stato innalzato il contributo minimo di circa 800€ annui, ma quali sono le caratteristiche per accedere alla pensione minima?

La prima versione della riforma prevedeva una pensione minima soltanto per coloro avrebbero avuto almeno 20.000 euro di reddito medio negli ultimi 20 anni di attività, poi si sono accorti che la stavano facendo troppo grossa e hanno corretto il tiro. Oggi, con la riforma entrata in vigore, la pensione minima non potrà essere superiore alla media dei redditi avuti negli ultimi 20 anni: ovvero, se si ha negli ultimi 20 anni un reddito medio di 8.000 euro, si avrà una pensione minima di 8.000 euro. Tale cifra non potrà comunque scendere sotto una certa soglia, circa 6.000 euro, poiché anche chi ha un reddito pari a zero deve comunque versare i contributi minimi. Pertanto:


- chi avrà un reddito medio negli ultimi 20 anni inferiore a 6.000 euro avrà comunque una pensione di almeno 6.000 euro;


- chi avrà un reddito medio negli ultimi 20 anni tra 6.000 e 10.500 euro (importo della pensione minima) avrà una pensione equivalente al proprio reddito medio degli ultimi 20 anni;


- chi avrà un reddito medio negli ultimi 20 anni tra 10.500 e 15.000 euro avrà una pensione di 10.500 euro.


Superata la soglia dei 15.000 euro di reddito si comincerà a prendere una pensione superiore alla pensione minima. Attualmente quasi il 50% degli architetti iscritti a inarcassa ha un reddito da pensione minima. Naturalmente le cifre sono approssimative, poiché dipendono dal numero degli anni di contribuzione, dalla dinamica dei redditi (ascendente, discendente o costante) e dalla rivalutazione.


In una società “normale”, la pensione minima dovrebbe essere garantita alle fasce più deboli,  ovvero a coloro che hanno i redditi più bassi, ma in una società dove la metà degli architetti ha redditi da pensione minima, saltano tutti i conti è quindi nel nuovo Regolamento hanno dovuto cambiare la frase:

prima: “la pensione minima non potrà essere inferiore a ……..”

oggi: “la pensione minima non potrà essere superiore a ………”.

La verità è che la solidarietà non è sostenibile con un rapporto di 1/3 di non abbienti. Se non cambia la situazione lavorativa degli architetti italiani, fra 30 anni avremo più di 30.000 colleghi con una pensione “sociale”.

4.  Ci puoi spiegare perché è stato introdotto l’obbligo di versamento del contributo del 4% anche per i rapporti tra professionisti?

Questa norma è a tutela di tutti coloro che lavorano con rapporti di collaborazione negli studi (le famose finte partite iva): con il vecchio regolamento il contributo integrativo andava interamente nelle spese di gestione, solidarietà, assistenza  e non serviva a cumulare la pensione, oggi con la riforma verrà utilizzato al 50% per incrementare il montante contributivo a coloro che hanno fino a 10 anni  di anzianità contributiva, al 43,75% per chi ha tra 10 e 20 anni di contribuzione, 37,5% per chi ha tra 20 e 30 anni di contribuzione, 25% per chi ha più di 30 anni di contribuzione.


Quindi non sarà penalizzato chi effettua fatture nei confronti di altri professionisti o società di Ingegneria, perché per il “datore di lavoro” non cambia nulla perché il contributo va in detrazione come l’iva.

Un’altra iniziativa a favore dei giovani è il riconoscimento della contribuzione piena ai giovani sotto i 35 anni che usufruiscono dell’agevolazione sui contributi minimi, in parole povere verrà conteggiato un contributo pieno a coloro che per 5 anni pagheranno 1/3 del contributo minimo richiesto a condizione che l’iscritto totalizzi almeno 25 anni di contribuzione piena.


5.      Quali misure sono state attuate per garantire, in questo periodo di crisi e di instabilità lavorativa, la permanenza nella Cassa Previdenziale?

L’art. 3  comma 5 del nuovo Statuto prevede di destinare lo 0,34% del gettito del contributo integrativo, risultante dall’ultimo bilancio consuntivo approvato, all’attività di promozione e sviluppo dell'esercizio della libera professione dei propri associati, con particolare riguardo ai giovani iscritti, anche con l'offerta di strumenti finanziari (quali ad esempio prestiti, costituzione di fondi di garanzia ed altro) e servizi.  Ulteriori forme di attività di assistenza possono essere individuate dal Comitato Nazionale dei Delegati .


La cifra a disposizione ogni anno è sempre più insufficiente rispetto alla domanda da parte degli iscritti, (nel 2011 la cifra era di circa 650.000 euro); se poi, come è avvenuto negli ultimi due anni,  il 50% dell’intero ammontare viene devoluto alla neo Fondazione di Inarcassa, la cifra diventa veramente irrisoria. Mi auguro che la Fondazione possa portare dei risultati concreti a sostegno della professione, altrimenti avremmo buttato soldi che possono servire agli iscritti.

 In realtà le misure attuate dalla Cassa Previdenziale negli ultimi tempi sembrerebbero garantire l’uscita e non la permanenza in Inarcassa: un contributo minimo che diventa improvvisamente di 3.000 euro da 2200 nel momento più grave della crisi economica causerà inevitabilmente la cancellazione di numerosi colleghi nel 2013.

Ciò non sembra preoccupare più di tanto il CDA e il CND dei delegati di Inarcassa, che sono forse contenti di fare, finalmente, una selezione dei professionisti facendo sopravvivere soltanto coloro che hanno redditi superiori ad un certa soglia.


Il problema è che non hanno fatto i conti con il bilancio tecnico (strumento di previsione su cui si basa la riforma) che si basa sul costante aumento degli iscritti e dei redditi: ho qualche dubbio che ciò avvenga.

6.      Quali proposte porterai all’interno di Inarcassa come delegato?

In merito alla riforma della sostenibilità a 50 anni, ho presentato diverse raccomandazioni al CDA, in fase di dibattito , e ho presentato due emendamenti in fase di votazione.


Le raccomandazioni erano le seguenti:


-          mantenimento della pensione minima per gli iscritti con redditi più bassi che dimostrino una continuità professionale (in parte attuata dal CDA);
-          innalzamento immediato dell’età pensionabile a 70 anni, con possibilità di andare in pensione dai  65 anni con penalizzazioni crescenti (non attuata dal CDA);
-          contributo di solidarietà a tutti i pensionati in essere, escluse le pensioni minime, (in parte attuata dal CDA con l’1% o il 2%, io avrei fatto almeno il 10%);
-          obbligo di inserimento dei contributi minimi anche per i pensionati (in parte attuata dal CDA, il contributo minimo è stato ridotto del 50% dal CND);
-          modifica delle regole delle pensioni di reversibilità (in parte attuata dal CDA);
-          retrocessione di parte  del contributo integrativo soltanto ai giovani iscritti, sotto i 15 anni di iscrizione (in parte attuato, ma concesso a tutti con percentuali diverse).

In sede di approvazione della riforma ho presentato due emendamenti, ma un regolamento del CND a dir poco “ottuso” mi ha impedito di presentarli all’Assemblea dei Delegati.


In caso di più emendamenti sullo stesso articolo, si procede votando quello più lontano dal testo presentato dal CDA; in caso di approvazione, tutti gli altri decadono e non possono essere nemmeno discussi, anche se trattano argomenti diversi e non in contrasto fra loro.


In merito all’articolo sui contributi minimi, erano stati presentati vari emendamenti, tutti per cercare di eliminare o diminuire il contributo minimo per i pensionati, introdotto dalla bozza del CDA; soltanto il sottoscritto aveva presentato un emendamento per cercare di ridurre l’impatto del forte aumento improvviso dei contributi minimi: la mancanza di altri emendamenti su questo tema la dice lunga sulla percezione della realtà che hanno la maggior parte dei delegati.

Alla fine abbiamo trascorso quasi mezza giornata per discutere del contributo minimo dei pensionati, che riguarda meno di 15.000 persone, (con un importo medio di pensione annua di 30.000 euro), e non ho potuto esporre la mia proposta che avrebbe interessato 160.000 iscritti, poiché è stato votato un emendamento che riduce del 50% il contributo minimo dei pensionati.

E’ triste non poter esercitare la propria funzione di delegato per colpa di un regolamento assurdo ed è ancora più triste constatare che la quasi totalità dei delegati non si è posta il problema dell’aumento dei contributi minimi.
La mia proposta prevedeva, come nel sistema francese, la possibilità di non pagare per alcuni anni il contributo minimo, ma soltanto in percentuale al proprio reddito e di poter recuperare in seguito la cifra mancante o di dover aspettare 2/3 anni in più per andare in pensione.

In questo momento di fortissima crisi per gli architetti, che a settembre dovranno pagarsi anche l’assicurazione obbligatoria e la formazione obbligatoria, non era proprio il caso di aumentare così i contributi minimi.

Non è stato possibile presentare anche un altro mio emendamento, in cui chiedevo di differenziare per classi di reddito l’importo del contributo di maternità, come mi era stato richiesto da molti iscritti.

Anche qui il regolamento ha fatto la sua parte: emendamento non ricevibile perché non avevo indicato la tabella con le  cifre, che solitamente vengono stabilite dal Cda che è in possesso dei dati. (Il Ministero mi ha poi dato ragione facendo togliere dalla riforma la tabella con le cifre del contributo di maternità, ma ormai il mio emendamento era stato cestinato).

A mio parere, questa riforma era necessaria perché non possiamo continuare ad accumulare un debito sulle future generazioni, avrei voluto votarla, ma non l'ho fatto perchè si poteva e si doveva:

1) contrattare con il governo e non subirne passivamente le richieste;

2) equilibrare meglio il peso della riforma, penalizzando in misura  minore coloro che hanno meno di 15 anni di contributi e aumentando il coinvolgimento di coloro che hanno più di 20 anni di contribuzione;

3) coinvolgere maggiormente i pensionati nella riforma;

4) non aumentare in maniera così forte e improvvisa i contributi minimi;

5) aumentare maggiormente l’età pensionabile a fronte di importi maggiori delle pensioni;

6) ridurre più drasticamente i privilegi a coloro che andranno in pensione nei prossimi 3/4 anni;

7) utilizzare meglio il rendimento del patrimonio nel calcolo della sostenibilità.



13 commenti:

  1. L’unico modo per rendere credibile la sostenibilità di Inarcassa è mettere in discussione i diritti acquisiti di chi è già in pensione o sta per andare in pensione oggi.

    Si tratta di colleghi che, solo perchè nati in un periodo storico più favorevole, a fronte di versamenti irrisori e anzianità minima godono o godranno di pensioni di “Lusso” rispetto ai loro colleghi più giovani.
    Mi permetto di suggerire delle proposte per riequilibrare questa situazione:
    - porre un tetto massimo alle pensioni erogabili oggi, proporzionato con la pensione minima (3-4 volte?);
    - porre oggi un contributo di solidarietà (sopra una soglia di pensione erogata che permetta una vita dignitosa) sugli attuali pensionati (che evidentemente godono di una pensione sproporzionata rispetto quanto versato);
    - ritirare oggi il timbro a tutti i pensionati inarcassa (sopra una soglia di pensione erogata che permetta una vita dignitosa) per favorire un ricambio generazionale nelle professioni favorendo “i giovani” che così potranno incrementare i loro redditi e di conseguenza la futura pensione.

    Sia chiaro, quando propongo di ritirare il timbro a chi è gia pensionato intendo sopra un livello di pensione dignitosa perchè, è ovvio, che non si deve impedire a chi riceve una pensione sociale (10500 euro lordi annui) di poter integrare le proprie entrate continuando a lavorare.
    Conosco però attualmente colleghi di 70 anni ed oltre (addirittura di 90 anni) con pensioni di Lusso (euro 50000 lordi annui) che continuano imperterriti a gestire gli studi.
    Nella realtà questi colleghi, visto anche l’età, non sono più in grado di lavorare in prima persona ma subappaltano il lavoro ai “collaboratori” di studio (altri colleghi più giovani) conservando per se il rapporto con i clienti e soprattutto la gestione dei compensi con il risultati di incrementare il loro fatturato a scapito del colleghi più giovani che vengono sottopagati.
    Credo che conosciate bene di cosa sto parlando.

    Sono conscio che queste proposte oggi non passeranno mai perchè i delegati attuali di inarcassa hanno una età intorno ai 60 -70 anni e perciò o sono già pensionati o prossimi alla pensione e non ammetteranno mai che quelli che chiamano diritti acquisiti sono loro privilegi (a scapito dei più giovani che non avranno forse mai una pensione).
    Quindi non voterebbero mai interventi a favore di un riequilibrio previdenziale tra generazioni ormai indispensabile.

    Penso che dovremmo lavorare per il futuro divulgando a tutti i colleghi iscritti ad inarcassa che esiste un chiaro conflitto generazionale e fare di questi temi il cavallo di battaglia per le prossime elezioni inarcassa del 2015 votando candidati meno anziani (sotto i 50 anni) che meglio possano rappresentare la categoria.

    Chiedo a tutti voi una opinione in merito.
    Grazie

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  2. Sono pienamente d'accordo con te, sto seriamente maturando la decisione di chiudere la partita iva e togliermi da Inarcassa, perchè già appartenere alla professione più bistrattata in Italia, oramai paese in mano ad una oligarchia di cafoni, è frustrante ma dopo tanti anni di studi e fatica e dimostrata professionalità, guadagnare al netto meno di una cassiera del supermercato, con tutte le responsabilità civili e penali che mi assumo ogni giorno, è questo insopportabile. Non ho mai voluto arricchirmi facendo l'architetto ma il mio desiderio era quello di poter esercitare una professione in cui credevo e in cui ancora credo, capace di migliorare il mondo e la vita delle persone che lo abitano, ma ad un certo punto la frustrazione di toglie il respiro e pensi solo a sopravvivere. Se non si corre ai ripari avverrà uno scontro sociale e generazionale. Propongo di organizzare almeno una manifestazione, per far sentire che esistiamo come poi fanno tutti, Io non mi sento rappresentato da nessuno, nella condizione di giovane architetto, laureato a 29 anni per colpa di una università piena di professori ottusi, mai presenti e irraggiungibili capaci solo di frenare il tuo ingresso nel mondo del lavoro, paurosi di noi giovani perché nell'era del computer erano perduti, noi eterni apprendisti prima e dopo, anche "schiavi". Alziamo la testa e scusate lo sfogo

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  3. Capisco il tuo sfogo Giuliano perchè la tua frustazione è quella che sento anch'io e come noi anche tanti altri “giovani” architetti.
    Motivo in più per agire tutti insieme e smettere di lamentarci.
    Io, come penso chiunque segua questo blog, mi aspetto che l'associazione IVA SEI PARTITA metta in piedi concrete azioni di protesta.

    Assodato che la riforma di INARCASSA appena passata è chiaramente un furto verso i "giovani" iscritti che pagheranno le "ricche" pensioni dei colleghi più anziani per ricevere, forse, una pensione sociale, quale azione possiamo intraprendere oggi?

    Mi pemetto di suggerire una forma di protesta collettiva: non pagare entro la scadenza di giugno la rata del contributo minimo di INARCASSA.

    Ovviamente la cosa ha senso solo se ci sarà una mobilitazione su questi temi, che potrebbe essere attuata nel seguente modo:

    - inviare per email una lettera aperta a tutti gli iscritti ad Inarcassa (IVA SEI PARTITA dovrebbe avere l'appoggio di circa 1400 iscritti e ciascuno di noi è in grado di girare l'email ad almeno un'altra decina di colleghi, inoltre si potrebbe chiede l'aiuto di Delegati come Alcaro) invitandoli a non pagare entro la scadenza di giugno il contributo minimo spiegando che il passaggio al contributivo non può pesare solo sui "giovani" iscritti ma deve essere pagato da tutti (compreso gli attuali pensionati) oggi.

    - chiedere nella email di aderire con un loro "voto" ad una pre-adesione alla protesta (in modo di contarci e capire in quanti la pensiamo così);

    - inviare, prima della scadenza di giugno, una lettera al presidente di inarcassa, al ministero, agli organi di informazione, ecc, spiegando di aver raccolto tot. adesioni per questa protesta);

    - chiedere a tutti gli aderenti di inviare una email uguale a supporto dell'iniziativa;

    - non pagare la rata entro giugno;

    - ovviamente, pagarla dopo con la multa per il ritardo;

    Mi pare che sia possibile ottenere un qualche risultato (se non altro di far conoscere il problema a tutti gli iscritti) con un costo personale minimo.

    Chiedo a voi tutti un commento, perchè è inutile mettere un “mi piace” senza partecipare, grazie.

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  4. Ho già comunicato al commercialista la mia intenzione a chiudere l'attività, trovo assurdo un aumento del 50% solo nell'ultimo anno dei contributi minimi che non tengono conto della grave crisi che stiamo attraversando, credo che la soluzione migliore sia quella della chiusura in massa delle partite iva, preferisco non lavorare che contribuire a mantenere questa massa di egoisti che hanno rovinato le generazioni che verranno.

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  5. Per Antonio
    E si, forse i tempi sono maturi per una mobilitazione più incisiva. Però come primo passo manderemo una lettera alla Presidente Inarcassa Paola Muratorio con delle proposte, per poi avviare la campagna "Inarcassa for ever?", mi sembra ottima l'idea di chiedere la pre-adesione e andrebbe mandata da tutti una mail ad Inarcassa dove si spiega perchè non si è versata la rata di giugno, tanto per chiarire che non è stata una dimenticanza!
    grazie tante

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  6. Salve,
    Condivido Appieno le vostre posizioni.
    La soluzione di posticipare, giustificandolo, il pagamento della rata di giugno mi sembra possa essere gradita e condivisa da molti colleghi, giovani e meno.

    Grazie per la vostro supporto e partecipazione.

    Enrico

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  7. Non pagare la rata di giugno per poi versarci la multa mi sembra come tagliarsi le p....e per far dispetto alla moglie.
    Visto che lo scopo è quello di far conoscere come la pensiamo, mi sembra più utile che tutti richiedano una copia del bilancio tecnico.
    Sapere che una massa di persone si sta documentando seriamente su quello che hanno fatto, penso sia più efficace di una semplice protesta che alla fine avvantaggia gli anziani che si godranno, oltre ai contributi, anche le multe.

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  8. E poi si può anche anticipare a primavera, senza aspettare giugno.

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  9. Non sono d'accordo che il conteggio del 4% sia una agevolazione per i giovani. Infatti il fatturato, in questa fase è spostato all'80% sugli anziani che usufruiranno di un ulteriore vantaggio e quando i giovani dovranno usufruirne, il dissesto finanziario obbligherà ad altre correzioni. L'unico fine che i giovani devono perseguire in questa fase è solo il taglio selvaggio dei diritti acquisiti e bloccare le uscite il prima possibile. Poi si possono inventare tutti i sistemi di calcolo che si vuole, ma se i soldi sono usciti, è tutto inutile.

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  10. In merito al p.to 1
    1) contrattare con il governo e non subirne passivamente le richieste;

    Se il governo non avesse lasciato la famosa autonomia, il metodo di calcolo contributivo sarebbe già in vigore da 20 anni.
    Gli interventi del governo sono stati fatti con 20 anni di ritardo perchè il sistema non è riformabile dall'interno per ovvie ragioni.

    In merito al p.to 7
    "7) utilizzare meglio il rendimento del patrimonio nel calcolo della sostenibilità"
    Più che sull'utilizzo, vanno puntati i riflettori sulla scarsa redditività.

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  11. Previdenza professionisti: niente Gestione Separata Inps per chi versa ad una cassa.

    L’obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell’Inps non è valido per quanti svolgono attività soggette al versamento di contributi di qualsiasi genere presso una Cassa di previdenza dei professionisti, dunque risulta irrilevante se si tratti del contributo soggettivo o integrativo. Questo, almeno, è quanto è emerso da una sentenza del giudice del lavoro, presso il tribunale di Rieti, chiamato a decidere in merito ad un ricorso fatto da un architetto contro l’iscrizione d’ufficio, perpetrata dall’Inps, alla gestione separata con relativo pagamento di contributi e sanzioni civili per gli anni 2005 e 2006.

    Il ricorrente sosteneva di essere un architetto iscritto all’Albo, di aver prestato, nel periodo indicato, attività lavorativa come insegnante presso un’università statale e poiché aveva, in quanto tale, posizione assicurativa e contributiva presso l’Inpdap (ora Inps), oltre ad aver prestato contestualmente attività di libero professionista in qualità di architetto per la quale però aveva regolarmente corrisposto a Inarcassa, presso cui era pure iscritto, i contributi integrativi (ai tempi non destinati a fini previdenziali).

    Il giudice, per prendere una decisione riguardo a questo caso, in pratica si è riferito all’articolo 18, comma 12, del Dl 98/2011 in base al quale l’iscrizione alla Gestione separata è obbligatoria solo per i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia sottoposto all’iscrizione ad appositi albi professionali, ossia ad attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11, in base ai rispettivi statuti e ordinamenti.

    Di qui deriva la decisione secondo la quale l’architetto iscritto all’albo, che ha sia un lavoro come dipendente che come libero professionista, dal momento che è assicurato presso l’Inps non è tenuto al versamento del contributo soggettivo all’Inarcassa, ma è tenuto a versare i contributi integrativi sul fatturato della propria attività nei confronti della Cassa privata in relazione all’attività professionale svolta.

    Avendo il legislatore imposto l’obbligo di iscrizione alla gestione separata solamente per quanti svolgono attività che non sono soggette al versamento del contributo senza ulteriori specificazioni, niente autorizza ad operare una distinzione tra la tipologia dei versamenti contributivi per sostenere che essendo l’attività oggetto di causa non soggetta a quello soggettivo, sia data la condizione di legge per l’obbligo di iscrizione alla gestione separata.

    http://www.leggioggi.it/2013/09/24/previdenza-professionisti-niente-inps-per-chi-versa-ad-una-cassa/

    Si consulti la pag. 423, il Rapporto Annuale INPS 2012, scaricabile al link riportato di seguito:
    http://www.inps.it/docallegati/Informazioni/Documents/INPS_RA%202012_interno%209.7.2013.pdf

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  12. A conferma di quanto sopra, la Sentenza della CORTE DI CASSAZIONE - Sezione lavoro - del 09 aprile 2013, n. 8666: infatti emanato il D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 12, comma 11, convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 30 luglio 2010, n. 122, art. 1, comma 1, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica. Tale disposizione prevede, con norma dichiaratamente di interpretazione autentica: “La L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 208, si interpreta nel senso che le attività autonome, per le quali opera il principio di assoggettamento all’assicurazione prevista per l’attività prevalente, sono quelle esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti, i quali vengono iscritti in una delle corrispondenti gestioni dell’INPS.

    Restano, pertanto, esclusi dall’applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 208, i rapporti di lavoro per i quali è obbligatoriamente prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma 26″. Ossia, questo criterio dell’”attività prevalente” non opera per i rapporti di lavoro - quelli a carattere autonomo - per i quali è obbligatoriamente prevista l’iscrizione alla gestione previdenziale di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma 26; disposizione quest’ultima che ha creato una nuova gestione assicurativa nel complesso sistema della previdenza obbligatoria introducendo l’obbligo assicurativo per i lavoratori autonomi. Ha infatti previsto che a decorrere dal 1 gennaio 1996, sono tenuti all’iscrizione presso una apposita Gestione separata, presso l’INPS, e finalizzata all’estensione dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 49, comma 1, (Testo Unico delle imposte sui redditi), nonché i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, di cui all’art. 49, comma 2, lett. a), del medesimo testo unico e gli incaricati alla vendita a domicilio di cui alla L. 11 giugno 1971, n. 426, art. 36.

    Quindi la regola espressa dalla norma risultante dalla disposizione interpretata (L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 208,) e dalla disposizione di interpretazione autentica (D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 12, comma 11) è molto chiara: l’esercizio di attività di lavoro autonomo, soggetto a contribuzione nella Gestione separata, che si accompagni all’esercizio di un’attività di impresa commerciale, artigiana o agricola, la quale di per sé comporti l’obbligo dell’iscrizione alla relativa gestione assicurativa presso l’INPS, non fa scattare il criterio “dell’attività prevalente”; rimangono attività distinte e (sotto questo profilo) autonome sicché parimenti distinto ed autonomo resta l’obbligo assicurativo nella rispettiva gestione assicurativa. Non opera il criterio ‘”semplificante” (dell’art. 1, comma 208, cit.) e derogatorio - dell’unificazione della posizione previdenziale in un’unica gestione con una sorta di fictio juris per cui chi è ad un tempo commerciante ed artigiano (o coltivatore diretto), con caratteristiche tali da comportare l’iscrizione alle relative gestioni assicurative, è come se svolgesse un’unica attività d’impresa - quella “prevalente” - con la conseguenza che unica è la posizione previdenziale.

    Quindi il libero professionista in forma non esclusiva (ingegnere/architetto + docente) fa scattare il criterio “dell’attività prevalente”, potendosi in questa maniera escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata INPS.

    http://www.studiocassone.it/news/amministrazione-del-personale/2013/9/iscrizione-gestione-separata-e-versamento-contributi-cassa-prof

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    1. Grazie mille Anonimo della dissertazione, tra l'altro la materia è abbastanza sdrucciolevole!! Sarebbe molto utile sintetizzare, anche facendo esempi concreti, quanto hai scritto in modo da pubblicare un post sull'argomento che possa essere utile per tutti. scrivici a info@ivaseipartita.it tutti noi Inpsiani, Inarcassiani e Separati Inps te ne saremmo infinitamente grati!

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