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sabato 9 febbraio 2013

Al supermaket dei precari


Piccolo post-intermezzo per il fine settimana.

Con molta frequenza arrivano sulla nostra mail richieste di questo tipo:

-    Salve! Sono un giornalista di ……, e stiamo preparando una puntata/un articolo sui giovani precari. Potreste segnalarci i recapiti di qualcuno disposto a raccontarci la sua storia?

L’anno scorso, in tempi di riforma del lavoro, abbiamo cercato di contribuire a soddisfare questo tipo di richieste perché credevamo fosse importante raccontare un’Italia “invisibile”, sebbene credevamo fosse fondamentale focalizzarsi sui problemi generali e non sulle storie personali: il rischio era che i media si spingessero a raccontare storie sempre più estreme (i famosi “casi umani”) per attirare l’attenzione e l’empatia del pubblico, rischiando di far perdere qualunque dignità alle persone che andavano a raccontarsi e perfino di sortire l’effetto opposto: identificare la storia estrema con un fallimento personale di chi la racconta facendo perdere di vista che si tratta di un problema generale.

Che il rischio fosse reale è stato evidente fin da subito: dalla puntata di Presa Diretta che inanellava una serie di storie con sottofondo musicale drammatico a quella di Ballarò che inquadrava il pigiama della disoccupata che la mattina neanche si veste tanto non deve andare a lavorare, mentre sulla nostra mail le richieste arrivavano sempre più precise: una precaria incinta, una coppia di precari che non possono permettersi di avere figli, un precario 35-40enne etc.

Alla nostra replica che non fornivamo storie di precari (come non le pubblichiamo e mai le abbiamo pubblicate sul nostro sito), ma ci rendevamo disponibili ad intervenire in trasmissione o sui giornali per dire la nostra su una problematica generale che conoscevamo molto da vicino, mettendo a disposizione l’enorme bagaglio di conoscenze accumulato in questi anni di Iva e comunque frutto di vicende anche personali, la risposta era (quasi) sempre la stessa: il servizio giornalistico ha bisogno di costruire un “racconto”  perché chi lo fruisce deve prima di tutto empatizzare con una persona reale portatrice di un’esperienza particolare.

Ergo, quello che noi siamo chiamati a fare è interpretare un personaggio all’interno di questo racconto. Non un’inchiesta, ma un racconto a tesi, che già sa dall’inizio quello che vuole dimostrare, per cui a chi lo interpreta non è dato contribuire alla scrittura della storia. Dovrà solo fare il bravo e interpretare il personaggio per cui è stato contattato: una precaria incinta, una coppia di precari che non possono permettersi di avere figli, un precario 35-40enne.

Difficile far passare il concetto che se una partita iva vuole dire a tutti che è finta e denunciare quindi il suo datore di lavoro (perdendo il posto), non va a farlo in televisione ma all’Ispettorato del Lavoro.
Quasi impossibile far passare il concetto che esiste gente che non muore dalla voglia di avere 15 minuti di celebrità andando a raccontare le sue vicende personali in Tv o sui giornali. 

Senza avere la pretesa di insegnare il mestiere ai giornalisti, ma da semplici telespettatori e lettori di giornali, siamo stanchi di vedere l’ennesima trasmissione e leggere l’ennesimo articolo in cui i precari fanno a gara a dire chi è più sfigato. Potete costruire i vostri racconti elencando i dati (ce ne sono a centinaia, agghiaccianti) sulle condizioni dei lavoratori precari in Italia. Potete far empatizzare il vostro pubblico con persone chiamate a intervenire nelle vostre trasmissioni perché hanno qualcosa da dire senza per forza mostrare la loro busta paga da fame. 

Vogliamo invece ringraziare i giornalisti, molto spesso anche loro precari, che ci hanno consultato per chiederci il nostro punto di vista sulla Riforma del Lavoro, la Riforma delle professioni, il mondo degli architetti e ingegneri, che ci hanno chiesto le nostre proposte e ci hanno dato la possibilità di interloquire alla pari con le istituzioni e la politica. Tutto questo per dire che il cambiamento passa anche attraverso un modo differente di fare informazione.

E comunque... il supermercato dei precari ha chiuso.


2 commenti:

  1. Purtroppo il vero giornalismo è una rarità in italia, si tratta quasi sempre di talkshow.
    Personalmente però ritengo utile che si parli del problema delle finte partite iva anche sui mezzi di comunicazione e che le persone provino empatia e sdegno per queste situazioni.
    Cosi quando vanno da un professionista e vedono che nel suo studio il lavoro viene svolto da collaboratori comincino a chiedersi: ma questi sono dipendenti o no? ma come riescono a campare?

    Giustamente non possiamo pretendere che le vittime subiscano però la gogna mediatica ma dei loro aguzzini, cosa ne dite?
    Si potrebbe ribaltare l'attenzione verso gli sfruttatori, i titolari di studi, le Archistar che si arricchiscono alle spalle di chi lavora veramente pur sottopagato e costantemente ricattato.
    Senza contare l'evidente concorrenza sleale di questi professionisti sfruttatori verso altri che realmente si fanno carico del loro lavoro.
    Casi umani come questi li trovano a centinaia in archleaks, spedite i giornalisti a questo indirizzo:
    http://www.honestr.com/Archleaks_Italia

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  2. Vorrei Segnalare il seguente articolo sul fenomeno degli stagisti non pagati, "internship" in Inghilterra, ovvero la presa di posizione della Presidente Riba sul mancato pagamento degli stessi:

    http://www.dezeen.com/2013/02/22/report-unpaid-architecture-internships-says-riba-president-angela-brady/

    Esempio ovviamente da seguire anche qui in Italia.

    Paolo

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