1400 persone hanno sottoscritto la nostra lettera agli Ordini Professionali: leggila qui!

domenica 8 settembre 2013

Non è un paese per Mamme e Papà



Iva Sei Partita inizia una campagna di indagine  per capire in che condizioni affrontano la maternità/paternità gli architetti e gli ingegneri italiani: una campagna per portare le nostre istanze all'attenzione pubblica attraverso azioni che possano mettere in luce i reali problemi e squilibri che investono il nostro paese.

La legge che regola la tutela e il sostegno della maternità in Italia attualmente è il D.Lgs. 26-3-2001 n. 151 “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell'articolo 15 della L. 8 marzo 2000, n. 53.”

La legge tutela i lavoratori durante i periodi di maternità/paternità, fissa una soglia minima per l’indennità di maternità, pari all’80% della retribuzione, e prevede il «congedo di maternità» ovvero l'astensione obbligatoria dal lavoro della lavoratrice per i 2 mesi precedenti alla nascita e per i 3 mesi successivi (1 mese prima e 4 mesi dopo se si opta per la flessibilità). La legge regola inoltre i riposi giornalieri, i permessi (il cui indennizzo viene anticipato dal datore di lavoro ma è a carico dell’Ente assicuratore) e i «congedi parentali» facoltativi (complessivamente 10 mesi nei primi 8 anni di vita del bambino) a cui hanno diritto madri/padri lavoratori.

Ma che succede a tutti quei lavoratori/lavoratrici che non hanno un datore di lavoro e vogliono o hanno avuto dei figli?

A noi architetti e ingegneri ci pensa INARCASSA.
La Cassa riconosce, a ciascuna libera professionista iscritta, il diritto a una indennità di maternità per i 2 mesi antecedenti e per i 3 mesi successivi la data del parto, pari ai cinque dodicesimi (ovvero per 5 mesi) dell’80% del reddito professionale irpef percepito nel secondo anno anteriore a quello dell'evento. La misura dell'indennità minima lorda per l’anno 2013 è pari a € 4.895,00.

A differenza però di un lavoratore non autonomo l’indennità non ci viene erogata immediatamente, non riceviamo un’indennità doppia in caso di gemelli, non godiamo di riposi o permessi retribuiti (del resto ce li dovremmo pagare da soli!) e di norma non percepiamo assegni familiari successivamente al parto.

Ciò significa che durante il periodo di sospensione del lavoro che ci spetta di diritto, durante il quale non lavoriamo e non cerchiamo lavoro, i costi che di solito si accollerebbe il datore di lavoro per sostituirci, ce li accolliamo noi implicitamente.

Se mamma o papà (o come spesso accade entrambi) sono liberi professionisti che non guadagnano molto, la prospettiva di avere dei figli a queste condizioni potrebbe risultare “insostenibile”.

Se poi l’aspirante genitore è una “falsa partita iva” (un professionista “monocommittente” i cui compensi provengono in misura maggiore del 50% da un committente principale) con vincoli di orario ed obbligo di presenza sul luogo di lavoro e, quindi, non essere in grado di disporre liberamente del proprio tempo, cosa succede?

Vi chiediamo di aiutarci diffondendo e compilando il questionario che troverete a questo link:

Non è un paese per Mamme e Papà 


le tue risposte ci saranno utili per comprendere i temi su cui impostare la campagna. 


2 commenti:

  1. e in genere al ritorno non è detto di ritrovare il posto...

    RispondiElimina
  2. Grazie per questo utilissimo post! Credo sia un argomento che interessa e preoccupa tante colleghe che, come me, vorrebbero poter scegliere liberamente almeno (visto che di libertà in questa professione mi sembra ce ne sia sempre meno) se e quando avere dei figli!

    RispondiElimina