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sabato 16 gennaio 2016

M.G.A ED IVA SEI PARTITA: UNO STATUTO PER QUALI LAVORATORI AUTONOMI?

Sembra imminente, ormai, la presentazione da parte del Governo, di uno “Statuto del lavoro autonomo”.
 Si tratta di una grande occasione per riconoscere anche agli autonomi la dignità sociale e giuridica di lavoratori, come tali titolari di specifici diritti e tutele. Ancora non si conosce il testo definitivo del ddl governativo, ma le bozze circolate lasciano perplessi gli avvocati di M.G.A (Mobilitazione Generale degli Avvocati) e gli Architetti ed Ingegneri di Iva Sei Partita. Più si analizzano le norme, più viene naturale chiedersi a chi si applica la legge. Mentre l’art.1 dispone l’applicabilità della legge a “tutti i rapporti di lavoro autonomo”, altre disposizioni sono concepite esclusivamente per i lavoratori iscritti alla Gestione Separata Inps ed escludono quelli iscritti agli Ordini, Albi o Collegi. Ci si rende facilmente conto di ciò quando si legge la norma sui congedi parentali, che si riferisce ai soli iscritti alla Gestione Separata INPS; o quella sulla sospensione del pagamento degli oneri previdenziali, che non prevede alcun coordinamento con i diversi Regolamenti delle Casse di Previdenza ed Assistenza a cui sono iscritti i professionisti iscritti agli Ordini, Albi o Collegi. Vero è che il ddl contiene anche disposizioni importanti che sembrano applicabili a tutti i lavoratori autonomi: tutela del credito, accesso ai fondi europei ed agli appalti pubblici, deducibilità delle spese di formazione, etc…Ma perché lo “Statuto del lavoro autonomo” si dovrebbe applicare solo a parte dei lavoratori autonomi? Le perplessità aumentano quando si leggono le recenti dichiarazioni alla Conferenza Nazionale degli Ordini degli Architetti del Prof. Maurizio del Conte, estensore della legge. Il giurista ha chiaramente affermato che l’orientamento prevalente del Governo è di non estendere la legge ai lavoratori iscritti agli Ordini, Albi o Collegi. Far prevalere questo orientamento significa non conoscere la realtà del lavoro autonomo in Italia. Che senso ha uno “Statuto” solo per 180.000 lavoratori autonomi – tanti sono quelli iscritti alla Gestione Separata Inps- , tagliando fuori invece i restanti 5, 2 milioni? Supponendo che tale esclusione si fondi sulla idea che la presenza di un Ordine o di un Collegio sia un efficace e sufficiente strumento di tutela per i lavoratori (quando Ordini e Collegi non sono per loro statuto organi né di tutela né di rappresentanza dei lavoratori), è sufficiente dare un occhio alle statistiche per rendersi conto di quanto sia sbagliato questo presupposto. Più si scorrono i dati periodicamente pubblicati dalle Casse di Previdenza ed Assistenza, più ci si rende conto che i lavoratori iscritti agli Ordini, Albi o Collegi vivono le stesse difficoltà di crollo dei redditi e di assenza di tutele di tutti gli altri lavoratori autonomi. Secondo il rapporto “Vita da Professionisti”, condotto dall’Associazione Bruno Trentin, con il contributo ed il supporto della Consulta delle Professioni della CGIL e della Filcams- CGIL,infatti il 45,7% dei lavoratori autonomi percepisce meno di 15.000 euro annui; il 60% ha difficoltà ad arrivare a fine mese; il 68,6 % dichiara di non avere margini di contrattazione con i propri clienti. La situazione non cambia se guardiamo alle professioni “ordinistiche”. Infatti, in questi casi la percentuale dei lavoratori che hanno redditi inferiori ai 15.000 euro si attesta intorno al 40,9%.
Dalle ultime indiscrezioni appare che l’orientamento stia cambiando e lo Statuto dovrebbe applicarsi a tutti i lavoratori autonomi. Si spera che queste voci possano trovare conferma nel testo definitivo.

M.G.A ed Iva Sei Partita si augurano fortemente che invece non trovino assoluta conferma le indiscrezioni secondo cui il Governo parrebbe intenzionato ad eliminare la norma sulla tutela in caso di malattie gravi.
Quella norma, frutto di anni di battaglia dei movimenti dei freelance, rappresenta un principio di civilità: la sua eliminazione significa pregiudicare ulteriormente una legge che già di per sé presenta numerose lacune.
Difatti, oltre l’applicabilità, è lo stesso impianto della legge a non convincere del tutto. Pur contenendo alcune norme apprezzabili (come quelle in materia di certezza dei pagamenti, accesso ai fondi europei ed agli appalti pubblici, etc…), non basta disciplinare solo singole questioni. Uno Statuto del Lavoro Autonomo che voglia davvero definirsi tale dovrà essere strutturato come una “Carta Fondamentale” dei diritti e dei doveri dei lavoratori e delle lavoratrici autonome. Il testo dovrà contenere norme quadro e programmatiche applicabili a tutto il mondo del lavoro autonomo. Tra l’altro l’applicabilità universale dello Statuto potrebbe passare anche per la definizione di diritti a cui debbano uniformarsi tutte le casse di previdenza, o, in alternativa, l’istituzione di una previdenza unica per tutti i lavoratori e le lavoratrici. La disciplina degli aspetti peculiari, invece, dovrà essere rinviata ad ulteriori normative, oppure contenuta all’interno di apposite sezioni dello Statuto. Per quanto riguarda i contenuti dello Statuto, un valido punto di partenza sono i 9 punti della Carta dei Principi e dei Diritti del Lavoro Autonomo Indipendente, promossa e redatta dalla Coalizione 27 Febbraio, a cui aderiscono M.G.A ed IVA sei Partita. In quei 9 punti sono contenute delle proposte affinché il futuro “Statuto del Lavoro Autonomo” possa fornire realmente una risposta efficace ai problemi che attanagliano i lavoratori autonomi ed indipendenti.

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